Gli abissi: inesplorati e già in pericolo

Le profondità marine, gli abissi, hanno sempre avuto una forte presa sull’immaginario dell’uomo.
Primo fra tutti Jules Verne che, nel celeberrimo Ventimila leghe sotto ai mari, prova a descrivere molti degli animali che abitano le profondità.
Oggi grazie alla moderna tecnologia è possibile esplorare davvero gli oscuri segreti delle profondità abissali; ROV (Remotely Operated Vehicles), batiscafi e sottomarini permettono di scendere ad elevatissime profondità dove la vita si è evoluta in luoghi spesso considerati assolutamente inadatti a qualsiasi forma di vita.

Una caratteristica unica: la bioluminescenza

In questi ambienti bui la luce non giunge mai se non grazie ai mezzi umani ma, incredibilmente, si possono trovare animali totalmente alieni ma accomunati da una caratteristica: la bioluminescenza.

Moltissimi pesci infatti hanno degli organi chiamati fotofori, in grado di emettere luce.

Alcuni presentano questi organi sparsi su tutto il corpo o su parte di esso, altri hanno grosse tasche o strutture allungate, chiamate illicio, con un’ escrescenza che si illumina.
Come abbiamo visto nel film “Alla ricerca di Nemo” la luce può essere utilizzata da esca per catturare le poche prede presenti in questi ambienti, ma anche per altre funzioni: alcuni pesci emettono luce dalla pancia dello stesso colore della (poca) luce che arriva dalla superficie; in questo modo non producono ombra e non sono visibili ai predatori.

Queste luci prodotte dagli animali sono però anche un utile mezzo di comunicazione.
I fotofori infatti emettono luce in modo intermittente e seguendo dei pattern e vengono quindi usati come riconoscimento tra i conspecifici, permettendo alle femmine di molte specie di pesci di attirare i maschi.
In alcuni casi è stato addirittura possibile vedere come alcuni invertebrati degli abissi sfruttino le luci come armi difensive.

Una medusa abissale quando attaccata emette luce in maniera tale da imitare un particolare pesce di cui il calamaro gigante (lo stesso reso famoso dal capitano Nemo o dalle storie dei pirati) si nutre.
Così facendo il calamaro attacca il predatore liberando la povera e indifesa medusa.

Proprio questa capacità di imitare una preda è stata studiata dai ricercatori e mediante delle luci elettriche è stata riprodotta nelle oscure acque di profondità.
Questo ha permesso di registrare per la prima volta un calamaro gigante vivo e nel suo ambiente naturale.

Come si sopravvive alle forti pressioni

Gigantismo negli invertebrati

L’ambiente abissale presenta pressioni elevatissime: ogni 10 metri la pressione aumenta di 1 atm (atmosfera).
Per sopravvivere a queste condizioni estreme alcuni organismi, come il calamaro gigante o il calamaro colossale, si sono evoluti assumendo grandi dimensioni e riuscendo quindi a contrastare meglio le forti pressioni.
Il gigantismo non va però sempre pensato in relazione a organismi più grandi dell’essere umano.
Alcuni animal, come ad esempio il Bathymonus giganteus che arriva a 42 cm, sono considerati giganti poiché altri organismi appartenenti allo stesso gruppo in superficie sono lunghi solo pochi millimetri..

Questa strategia viene applicata da molti esseri viventi: a 4000 metri di profondità, il cibo scarseggia e spesso è necessario attendere lunghi periodi di tempo prima che un’altra occasione per mangiare si presenti.
Molti organismi sono saprofagi e si nutrono di carcasse (come balene morte che affondano dalla superficie) quindi si sono evoluti per sopportare lunghi periodi senza mangiare, in alcuni casi anni.
Tutto ciò porta ad assumere ritmi molto lenti sia nello spostamento che nella crescita, ed insieme alle basse temperature consente a molti invertebrati di assumere dimensioni notevoli.

Per quanto riguarda i pesci

Parlando di pesci ossei e cartilaginei, molti hanno sviluppato una strategia alternativa che permette loro di resistere a quelle profondità.
Molti di essi infatti presentano una struttura delle cellule molto più fluida, che sottoposta alla compressione degli abissi rende la membrana sufficientemente resistente ed elastica per permettere al pesce di sopravvivere.
Ad esempio il famoso pesce Blob (Psychrolutes marcidus), considerato uno dei pesci più brutti, nel suo ambiente naturale non presenta quella brutta faccia che vediamo una volta portato fuori dall’acqua.

Foto ottenuta mediante un ROV di un Pesce Blob che nuota nei pressi del Fondale
Pesce Blob nei pressi del fondale.

Cosa mangiano i pesci degli abissi?

Trovare cibo nei freddi ed inospitali abissi non è affatto semplice.
Gran parte del cibo prodotto in superficie non raggiunge elevate profondità.
Uno degli eventi che più fornisce cibo a questi affascinanti animali è la morte di una balena.
La carcassa di quest’ultima, una volta che si è depositata sui fondali a migliaia di metri di profondità, attira un numero incredibili di organismi.
Da squali abissali a grandi isopodi.
Pesci di ogni forma e dimensione arrivano per primi per spolpare la carcassa, mangiando quanta più carne possibile.
Una volta consumata la carne e ridotta la balena al solo scheletro, intervengono dei piccoli vermi che consumano anche le ossa non lasciando più nulla.

Quasi tutti gli animali che vivono ad elevata profondità sono carnivori, che sfruttano la bioluminescenza per attirare le prede o vedere nel buio quelle che si nascondono.
Molte specie inoltre hanno stomaci espandibili che permettono loro di nutrirsi di pesci ben più grandi così da poter sopravvivere per lungo tempo senza cibo.

Come si trova un compagno?

In ambienti bui e così vasti come si può trovare una compagna o un compagno? Come riescono a riprodursi questi affascinanti animali?
Qui interviene sempre la bioluminescenza, ma anche l’emissione di ferormoni.
Maschi e femmine di una stessa specie infatti possono riconoscersi mediante i diversi pattern di emissione di luce o emettendo particolari sostanze che permettono di attirare i maschi.
Molti pesci, soprattutto appartenenti all’ordine dei Lophiiformes, hanno la caratteristica di presentare un dimorfismo sessuale molto marcato.
Le femmine quindi sono molto più grandi dei maschi.
Questi ultimi, inoltre, non hanno un apparato digerente e sopravvivono per pochi giorni.
Hanno tuttavia sensi molto sviluppati che permettono di rintracciare le femmine alle quali si attaccano permanentemente.
Infatti, il maschio rosicchia parte della femmina e diventa come un parassita: grazie a speciali enzimi poi si fonde con essa, per fornirle quanto necessario per fecondare le uova.

La presenza umana

Questi ambienti, affascinanti e misteriosi, così lontani dalla superficie, non sono però al sicuro dall’attività umana
Recentemente, infatti, grazie allo sviluppo tecnologico, questi habitat sono diventati molto ricercati per la presenza di molti minerali e metalli rari.
Questi vengono ricavati al prezzo però di distruggere intere aree inesplorate e ricche di vita ancora sconosciuta.

Sfortunatamente poi la plastica è arrivata anche a più di 3000 metri di profondità.
Nelle più recenti discese sui fondali, molti esploratori si sono imbattuti in sacchetti di plastica, spazzatura ed in altri detriti di origine antropica.
Questa è una testimonianza di come la nostra disattenzione stia distruggendo il nostro fragile pianeta.

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