I modelli di business circolari

Cos’hanno in comune Spotify, un’automobile e una bottiglia di vetro?

Semplice, ciascuno di questi prodotti è potenzialmente un esempio di economia circolare.

Se per la bottiglia di vetro è lampante il potenziale legame con la circolarità, per l’automobile e Spotify si possono avere dei legittimi dubbi.

Avresti mai detto che ascoltando la playlist “Top 50” di Spotify stai partecipando all’economia circolare?

Cerchiamo di capirne il perché, ma partiamo con ordine.

Il concetto di circolarità, in economia, è legato all’uso delle risorse per la produzione di beni e servizi (per approfondimenti si rimanda qui).

Generalmente, lo si sente usare quasi solo per quanto riguarda il riciclaggio e in senso ampio per l’economia nazionale/regionale o per macrosettori industriali.

Con questo articolo invece proviamo a capire i modelli di business circolari che la singola azienda può sviluppare/implementare per le sue attività.

Per capire quindi come un’impresa possa essere circolare bisogna innanzitutto guardare il suo ciclo produttivo e individuare le fonti da cui si originano i rifiuti, per poter intervenire in merito.

Gli sprechi nel ciclo produttivo

Nella catena produttiva, individuiamo almeno quattro possibili situazioni che comportano degli sprechi;

  • Spreco di capacità, ovvero quando i prodotti e/o asset sono sottoutilizzati. Questo comporta un uso di risorse eccessivo rispetto al valore che viene restituito al sistema economico-ecologico. Un esempio sono le automobili private, le quali una volta acquistate passano il 90% della loro “vita” ferme in un parcheggio (mediamente un’automobile è usata per un’ora al giorno). In questo caso lo spreco è imputabile all’utilizzo del prodotto che ne fa il cliente. E in questa situazione un’azienda può inserirsi a livello commerciale proponendo soluzioni che aumentino il tasso di utilizzo dei prodotti facendo ricorso, per esempio, a piattaforme digitali di condivisione.
  • Spreco di ciclo di vita, ovvero quando il prodotto è ancora utilizzabile ma ha un fine vita prematuro. L’esempio principe (in negativo) sono i modelli di business del fast fashion che spingono il consumatore ad acquistare in continuazione nuovi prodotti, inducendo a scartare prodotti semi-nuovi ma percepiti come fuori moda.
  • Spreco di valore nei materiali, ovvero quando si produce con materiali potenzialmente riutilizzabili ma non recuperati quando il prodotto è a fine vita. Il problema qui risiede sia nella progettazione del prodotto che, in ottica circolare, dovrebbe favorire il riparo/rigenerazione sia nella mancanza di filiere del riciclo e/o recupero.
  • Spreco di risorse, ovvero utilizzare materiali che non possono essere recuperati/riciclati facilmente. Possiamo dire senza dubbio che questa è la situazione standard della produzione industriale contemporanea che fa ampio ricorso a logiche “usa e getta” grazie a materiali a basso costo e difficilmente riciclabili.

La circolarità nelle imprese

Dalle quattro categorie di “spreco” possiamo ricavare dei modelli produttivi ed economici che ci possono portare alla circolarità per le imprese.

  1. Input circolari: utilizzare risorse, energia e materiali adatti al riutilizzo continuativo (biomateriali, materiali riciclabili, design riciclabile). Si fa ricorso a input di produzione rinnovabili, riciclati o altamente riciclabili, così da permettere la parziale o totale eliminazione di rifiuti e inquinamento. È uno dei modelli di business circolari più diffusi dalle aziende anche per la relativa facilità di implementazione. Per esempio, dal punto di vista dell’azienda media, sostituire un imballaggio con il suo equivalente in materiale riciclato è più una questione di costi che non organizzativa, gestionale o ingegneristica. Ricorrere a una fornitura “circolare” o non circolare rientra quindi nel vincolo di bilancio e nelle dinamiche di approvvigionamento per l’impresa in questione. L’altra opzione, specie per aziende con grandi risorse, è lo sviluppo in proprio di prodotti/materiali “circolari”. Un esempio è Nike che, riciclando scarti di produzione, surplus di suole e scarpe usate, ha sviluppato il materiale Nike Grind che viene usato per nuove calzature, nuovo vestiario o per realizzare superfici di campi sportivi.
  2. Condivisione: aumentare il tasso di utilizzo di un prodotto/servizio tramite piattaforme di condivisione tra i clienti/utenti. Ciò permette di ridurre la produzione di beni in quanto quest’ultimi sono usati in modo ottimale e per tutta la loro capacità. Ecco che spunta fuori l’automobile citata nella domanda a inizio articolo. Tra i migliori esempi del business della condivisione vi è il car sharing (ma anche il bike-sharing) e il car pooling. Il concetto è stato esteso da alcune aziende anche a prodotti come elettrodomestici, utensili, attrezzatura da cantiere/giardinaggio, ecc. (quanti di noi hanno comprato un avviatore, un martello o un attrezzo che poi useremo tre volte in tutta la nostra vita? Non sarebbe più efficiente prenderlo a nolo solo per le effettive tre giornate in cui lo useremo?). A ben vedere questo modello di business non è altro che un noleggio “avanzato”. Grazie alle piattaforme digitali si riesce a far coincidere con maggior efficacia ed efficienza la domanda e offerta di taluni prodotti in condivisione.
  3. Product as a service: trasformare un prodotto fisico in un servizio immateriale. Si evita così il consumo di materie prime. Ed ecco che spunta fuori Spotify come un potenziale esempio di prodotto “circolare”. Personalmente se dovessi avere la copia fisica di tutte le canzoni che ascolto credo che non mi basterebbe un TIR per contenerle tutte. E così penso che valga per molti. Già da questa piccola considerazione si inizia a capire perché Spotify ma anche Netflix e tutte le piattaforme di streaming possano considerarsi, in senso lato, dei business circolari. I loro ideatori hanno avuto l’intuizione che al cliente medio interessa godere della canzone (o del film) e il supporto fisico attraverso cui goderselo (CD, DVD, cassetta, floppy disc, chiavetta usb) è assolutamente secondario. O meglio tanto più è comoda la fruizione tanto più il prodotto ha successo. E ascoltarsi migliaia di brani dal telefono, senza dover ogni volta uscire di casa per andare a comprare il CD, è un vantaggio competitivo inarrivabile. Come effetto indiretto, e probabilmente inconsapevole, la dematerializzazione dei prodotti evita il consumo di migliaia di tonnellate di plastica, metallo, carburante per il trasporto, ecc. Ed è qui l’elemento di sostenibilità intrinseco in questi prodotti/servizi immateriali, evitano dal principio il consumo di materie prime e la produzione di rifiuti1.
  1. Estensione della vita di un prodotto: tramite un opportuno design di prodotto, riparo, ricondizionamento e/o aggiornamento si può estendere la vita utile di un prodotto evitando così il consumo di materiali per nuove produzioni. Un modello commerciale banale e sdoganatissimo in tal senso (non in Italia purtroppo) è il “vuoto a rendere”, in cui il prodotto viene venduto con un sovrapprezzo che viene restituito al cliente quando quest’ultimo rende la confezione/imballaggio al negoziante. La confezione viene poi riutilizzata dal produttore, per le bottiglie in vetro si può arrivare anche a 10-12 riutilizzi prima di avviare la bottiglia a riciclo.

Per sintetizzare abbiamo le seguenti azioni per adottare la circolarità a livello d’impresa:

  • Riciclare
  • Estendere
  • Intensificare
  • Dematerializzare

Come incentivare la diffusione dei business circolari

Tuttavia, nonostante i numerosi esempi di prodotti e business circolari, l’economia circolare non si fa da sola. Ad oggi i prodotti “circolari”, specie quelli che fanno uso di Input Circolari, sono tendenzialmente più costosi dei loro equivalenti non circolari. Ciò è dovuto al fatto che il business della circolarità è relativamente nuovo e le aziende scontano alti costi di progettazione e la mancanza di una simbiosi industriale che porterebbe (porterà) a una notevole riduzione dei costi, anche al di sotto dei costi dell’industria lineare (e questo è uno dei vantaggi economici di questi modelli.

Questi alti costi iniziali ne limitano per ora una diffusione di massa tra le aziende che percepiscono i modelli di business circolari come rischiosi e poco competitivi.

In realtà, già da ora, la circolarità offre un vantaggio competitivo molto rilevante per un’azienda. Mettere sul mercato un prodotto circolare non solo migliora enormemente la reputazione aziendale ma permette di collocare il prodotto su fasce di mercato premium, che offrono margini di guadagno piuttosto elevati.

Al di là dei prodotti premium, il vero successo sarebbe quello di rendere “di massa” la produzione circolare, con i conseguenti vantaggi ambientali ed economici. In tal caso il fattore prezzo è determinante.

Detto questo, come incentivare allora i prodotti circolari per renderli competitivi?

A livello politico si hanno quattro macro alternative:

Sussidi: agiscono sull’offerta dei prodotti circolari andando a livellarne o abbassarne i prezzi rispetto agli altri prodotti. Nel lungo periodo perdono di efficacia e possono avere degli effetti avversi. Il mercato si abitua all’incentivo che quindi perde di efficacia.

Tassazione: all’opposto del sussidio, la tassazione agisce sul prodotto non sostenibile alzandone il prezzo e rendendolo meno competitivo. È molto efficace ma apre questioni di accettabilità politica e di equità (se la tassa è indifferenziata colpirà maggiormente le fasce povere della popolazione).

Feebates: è la sintesi tra sussidi e tasse. Si fissa un’imposta su certi prodotti e il ricavato di quell’imposta viene usato come sussidio a favore dei prodotti concorrenti sostenibili. Può raggiungere l’efficacia della tassazione ma comporta un’alta complessità (e costi) amministrativa.

Regolamentazione: introduce degli standard via via più restrittivi nella realizzazione dei prodotti. Regolamenti troppo stringenti sono però una forte barriera all’ingresso per nuove aziende che dovranno sostenere alti costi per adeguare la produzione allo standard.

Qualche caso concreto:

REPOPP: iniziativa di recupero di frutta e ortaggi ancora edibili presso il mercato di Porta Palazzo di Torino. Ogni giorno di mercato si riescono a recuperare intorno ai 200 kg di cibo che altrimenti finirebbe gettato perché non più commercializzabile (benché edibile). L’iniziativa è no profit e ha molti omologhi sparsi in varie città. Un equivalente for profit è l’applicazione Too Good To Go che permette a ristoranti e commercianti di vendere le eccedenze alimentari.

i banchi del progetto REPOPP
I banchi del progetto REPOPP

Libreria degli oggetti: è il servizio di condivisione di utensili e attrezzi già citato nei paragrafi precenti. Ne esistono molti esempi sparsi per il mondo (Toronto, Londra, Palermo, Bologna e tanti altri), sia di natura pubblica che privata. A seconda dei casi adottano un modello di business di Condivisione o di Product as a Service.

Xerox: l’azienda ha adottato un modello di Product-as-a-Service. Fornisce a noleggio o in leasing le sue stampanti da ufficio. L’offerta di Xerox differisce da un normale noleggio in quanto include servizi di assistenza e manutenzione continui.

Fairphone: è un’azienda che produce smartphone sostenibili. Oltre a essere realizzati in materiali riciclati (Input Circolari) i modelli Fairphone sono modulari, riparabili e pensati per durare nel tempo (Estensione del ciclo di vita), all’opposto della concorrenza che punta sull’obsolescenza programmata.

Lo smartphone “circolare” di Fairphone

BioPack: è un’azienda australiana che ha sviluppato delle confezioni alimentari compostabili, dedicate specialmente al take away. Ora, sostituire una confezione usa e getta con un suo equivalente compostabile non significa circolarità, infatti la vera caratteristica circolare di BioPack è l’aver creato una rete di raccolta e recupero delle sue stesse confezioni nonché dei residui organici dell’alimento consumato. Le confezioni, e residui, sono poi compostate dall’azienda.

Kaer: l’azienda ha adottato di recente un modello di Product as a Service riguardo il condizionamento degli edifici. Partita come azienda venditrice di impianti ad aria condizionata oggi possiamo dire che venda solamente “aria fresca”. In altre parole, il cliente non compra l’impianto ma solo un abbonamento di raffrescamento, infatti l’installazione e gestione degli impianti nell’edificio resta in mano a Kaer, che tramite un’impiantistica e una gestione centralizzata e ottimizzata riesce a ridurre i consumi in media del 20%, con punte fino al 70%.

Impianti Cooling-as-a-Service di Kaer

Aquafil: azienda produttrice di filati che ha sviluppato l’EcoNyl, un nylon riciclato con le stesse qualità del nylon vergine. L’elemento di innovazione circolare, come nel caso di EcoPack, è l’aver creato una rete di recupero dei materiali con i suoi fornitori grazie alla quale, coinvolgendo anche la distribuzione e usando logiche di reverse logistic, si chiude il ciclo di produzione-consumo-recupero.

Reti da pesca usate, una fonte di materia prima per il nylon riciclato Econyl

Blablacar: famosa piattaforma di car pooling. Adotta il principio di intensificare l’utilizzo di un prodotto, il proprietario ne guadagna condividendo le spese di viaggio.

  1. Ovviamente questi servizi non sono a impatto zero sull’ambiente perché i loro server consumano tanta energia, complessivamente però il bilancio è positivo rispetto alla produzione di beni fisici ↩︎

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Bellolampo viveva insieme al suo branco di cani liberi nella discarica di Palermo situata in Via stradale Bellolampo, dalla quale prende il nome.

Non sappiamo esattamente perché, ma il branco è stato catturato e portato nel canile municipale di Palermo, un luogo assolutamente inospitale, inadeguato e spaventoso per tutti i cani, ma soprattutto per i cani nati liberi che non hanno praticamente mai avuto contatti con l’uomo.

La data di nascita viene indicativamente riportata come l’1/12/2015 e l’ingresso nel canile di Palermo è avvenuto il 9/4/2016.
Bellolampo aveva solo 4 mesi quando è stato tolto dal suo territorio nativo e separato dai suoi fratelli per essere chiuso in un box sovraffollato.

Una volontaria del canile di Palermo segnalò a Buoncanile l’urgenza di trovare una sistemazione migliore per lui così riuscirono a farlo arrivare a Genova nell’ ottobre 2016 insieme ad un'altra cagnolina, Papillon.

Furono i primi cani del #buoncanileprogettopalermo.

Bellolampo ha subito manifestato una forte paura nei confronti delle persone e dell’ambiente, arrivando anche a mordere, mentre si è dimostrato da subito capace e desideroso di instaurare forti legami con gli altri cani.

Nel tempo ha imparato a fidarsi dei gestori del canile e piano piano ad aprirsi anche a pochi volontari selezionati.

Essendo un cane molto carino e anche di piccola taglia negli anni ha ricevuto diverse richieste di adozione, ma tutte incompatibili con il suo carattere diffidente e spaventato.

Una curiosità? Bellolampo ama gli equilibrismi! Gli piace saltare sui tavoli, le panche, le sedie, i muretti e proprio non resiste al fascino della carriola!!

Mix pittina dagli occhi magnetici... salvata da pesante maltrattamento. Viveva a Napoli legata alla ringhiera delle scale condominiali ad una corda cortissima.

Lei è un cane eccezionale, nata nel 2013. Entrata in canile nel 2014 si è subito distinta per le sue naturali doti olfattive: con lei abbiamo lavorato tantissimo sulla discriminazione olfattiva, fino a farle seguire delle vere e proprie piste di sangue finalizzate al ritrovamento di persone scomparse (attività fatte solo ai fini ludici).

Non va d’accordo con i suoi simili, per cui cerca una famiglia senza altri animali in casa, una famiglia dinamica , esperta e disposta ad un percorso conoscitivo.

Paco cerca casa! Si trova a Genova!

Paco è stato adottato da cucciolo con la superficialità di chi crede che un cucciolo sia un foglio bianco sul quale scrivere ciò che si vuole, e con la stessa superficialità è stato portato in canile perché dopo due anni era cresciuto con caratteristiche diverse da quelle di un peluche.

Paco è un cane affettuosissimo, curioso e dinamico, viene presentato a tutti i nuovi volontari del canile come uno tra i cani più equilibrati e gestibili anche per chi è alla prima esperienza.

Ama passeggiare a lungo, è già abituato a vivere in casa, viaggia volentieri in auto, è sempre alla ricerca di nuove avventure da fare in compagnia dei suoi amici, è molto bravo in città, non ha paura delle persone, né dei cani. Non ama i cani maschi, è invece molto bravo con le femmine. Non è compatibile con i gatti.

E’ un cane adulto oramai, è nato nel 2014, una taglia media (circa 20 kg), è un cane che sa gestire bene le emozioni, i suoi bisogni e i suoi spazi.

Paco ha bisogno di un'adozione responsabile, che non sottovaluti i segnali di stress che sa comunicare, soprattutto quando vuole riposare in cuccia senza essere disturbato.

Ciao, grazie per prendere in considerazione l'opzione di adottare un nido.
QUOTANIMALE è il codice sconto dedicato del 10% sul progetto Bird House, valido sia per adottare il nido con prodotto abbinato, sia per ricevere solo il certificato digitale.
Fanne buon uso!

Yoga è stata pescata accidentalmente da un peschereccio a strascico davanti alla costa di Cesenatico. Attualmente sta svolgendo il processo di riabilitazione in vasca presso le strutture di Cestha e nei prossimi giorni svolgerà gli accertamenti veterinari. Ancora non ha iniziato ad alimentarsi, si deve ancora abituare alla sua vasca.

The Black Bag ha deciso di battezzarla con il nome Yoga - dopo averla adottata - per ringraziare David e Gruppo Yoga Solidale Genova per aver contribuito, con una donazione, alla sua adozione.