Intervista a Centro Studi Squali di Massa Marittima

Abbiamo scelto di intervistare il Centro Studi Squali di Massa Marittima, Istituto Scientifico che svolge attività di studio sugli squali, conservazione e didattica, per provare ad approfondire le caratteristiche di questi misteriosi e temutissimi animali.

Gli squali, infatti, spesso vengono etichettati come “pericolosi”, sebbene ricoprano un ruolo fondamentale all’interno degli oceani e siano continuamente vittime delle azioni compiute dagli essere umani.

Scopriamo insieme qualcosa di più sugli squali!

“Quando avete fondato il vostro centro e con quale scopo?”

Il Centro Studi Squali di Massa Marittima, in provincia di Grosseto, è un Istituto Scientifico riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali che, dal 2000, si occupa di attività di ricerca, conservazione e didattica degli squali rivolte a ricercatori, studenti, docenti, appassionati, subacquei e al grande pubblico.

Le nostre attività si svolgono sia sul campo che in laboratorio, sia in Mediterraneo che all’estero e sono focalizzate essenzialmente sulla biologia, ecologia ed etologia degli squali.

Attualmente abbiamo più di 70 tesi all’attivo e 4 dottorati conclusi, abbiamo stretto collaborazioni con molte Università italiane ed estere e partecipiamo annualmente a convegni e congressi nazionali e internazionali.

Dal 2020 abbiamo anche attivato sul nostro sito la possibilità di tesserarsi come Socio Sostenitore del nostro centro e abbiamo designato dei Coordinatori Regionali Volontari per diverse regioni italiane, ragazzi impegnati ogni giorno a portare il nostro messaggio di tutela e conservazione degli squali in ogni luogo italiano.

Il nostro scopo è quello di sensibilizzare piccoli e adulti alla salvaguardia di questi meravigliosi animali, purtroppo molto spesso catalogati come dei veri e propri “mostri del mare” o “mangiatori di uomini”.

Il nostro centro è infatti visitabile e aperto a tutti e, attraverso la didattica online e in presenza nelle scuole e attraverso la ricerca, cerchiamo anche di trasmettere ai più giovani e agli adulti un messaggio ben chiaro: i veri mostri del mare siamo noi esseri umani, non gli squali!

“Da quante persone è formato il vostro staff? Che posizioni ricoprite?”

A portare avanti il Centro Studi Squali-Istituto Scientifico, con grande caparbietà e passione, siamo: il dottor Primo Micarelli, Fondatore e Direttore del Centro Studi Squali, la dott.ssa Francesca Romana Reinero, Coordinatrice Scientifica e la dott.ssa Valerie Barbot, Responsabile della Didattica e del Marketing.

I volontari del Centro Squali di Massa Marittima in mare
I volontari del Centro Squali di Massa Marittima

A supportarci poi ci sono diversi veterani, appassionati, studenti e volontari che, ogni giorno e in ogni spedizione, si impegnano al massimo per la salvaguardia di questi animali.

Siamo una piccola squadra sostenuta da tanti amanti degli squali e insieme stiamo facendo davvero grandi passi in avanti.

“Raccontateci dei vostri progetti di ricerca.”

Il progetto che portiamo avanti da più tempo, ormai da oltre 20 anni, è quello sull’ecologia ed etologia del grande squalo bianco in Sud Africa, a Gansbaai, grazie al quale abbiamo pubblicato diversi articoli scientifici su riviste di prestigio.

Squalo bianco con bocca aperta
Squalo bianco – Centro Studi Squali

Gli altri progetti su cui siamo focalizzati sono: l’ecologia trofica e la fotoidentificazione dello squalo balena in Madagascar e a Gibuti, da cui anche abbiamo estrapolato diversi articoli scientifici; lo studio delle aree di nursery dello squalo grigio in Madagascar; lo studio in ambiente controllato della riproduzione di gattucci e gattopardi; lo studio delle nursery di gattopardo lungo le coste italiane, soprattutto toscane e lo studio dell’ecologia dello squalo grigio a Lampione (Lampedusa).

Nel 2022, partiranno due nuovi progetti: uno sull’ecologia ed etologia dello squalo tigre alle Maldive e un altro sull’ecologia delle verdesche alle Azzorre.

“Cosa significa per voi conservare e tutelare gli squali?”

La Biologia della Conservazione è una vera e propria disciplina che identifica le popolazioni in declino e le specie in pericolo e propone dei validi mezzi per rimediare al declino stesso.

Non dobbiamo dimenticare che gli squali sono noti sin dall’antichità e, per certi versi, sono stati anche venerati, oltre che temuti: Aristotele già era a conoscenza delle caratteristiche morfologiche e biologiche, delle differenze sessuali, del nuoto e della natura cartilaginea degli squali; Plinio il Vecchio, invece, li descriveva come animali pericolosi per i pescatori di spugne, mentre Erodoto li definiva ketè, ovvero “mostri”; più recentemente gli squali sono stati visti dai Popoli orientali come dei “portafortuna” durante le battute di pesca, mentre i Popoli del Pacifico li rappresentavano, e li rappresentano tutt’ora, su totem e copricapi, considerandoli i “guardiani delle famiglie”.

Tuttavia, a partire dagli anni Settanta del XX secolo, dopo l’uscita nella sale cinematografiche del film Lo squalo di Steven Spielberg, la visione di questo animale ha assunto i connotati veri e propri di “assassino del mare” ed è iniziata la caccia spietata allo squalo.

Per fortuna, a seguito del drastico declino delle popolazioni di squali in tutto il mondo, molti enti e organi istituzionali si sono attivati per monitorarne il declino, cercando quanto più possibile di sancire leggi, regole e norme volte a tutelarli.

Tra questi enti ricordiamo: la IUCN (International Union for Conservation of Nature), la FAO e la CITES (Convention on International Trade of Endangered Species).

“Perché è importante tutelarli?”

Gli squali sono predatori all’apice della catena alimentare marina e rivestono un ruolo fondamentale nel mantenimento e nella strutturazione degli equilibri degli ecosistemi marini, controllando l’abbondanza e la distribuzione di tutti i livelli trofici della rete marina, eliminando gli individui deboli e malati e controllando il diffondersi di malattie.

Se dovessimo eliminarli dalla catena alimentare, causeremmo dei gravi cambiamenti nella popolazione delle prede che si ripercuoterebbero ad ogni livello trofico, determinando le cosiddette cascate trofiche.

Inoltre, gli squali hanno tassi di crescita molto lenti, una bassa fecondità (8-10 piccoli l’anno), raggiungono la maturità sessuale tardivamente (in media intorno ai 7 anni) e hanno un ciclo vitale lungo (in media circa 30 anni).

Tutto questo si traduce in un turnover della biomassa che procede con tassi estremamente lenti, esponendo gli squali anche alle più flebili pressioni antropiche.

“Quali sono le principali minacce che affliggono gli squali?”

Ogni anno, in media, solo 8-10 persone perdono la vita in tutto il mondo a causa degli attacchi di squalo; ogni anno, in media, circa 100 milioni di squali vengono uccisi dall’essere umano.

Allo stesso tempo, 45 persone l’anno muoiono per l’esplosione di un tostapane, 450 perché cadono dal letto e 24.000 colpite da un fulmine.

Sono statistiche dalle quali non si può prescindere e che ci devono far riflettere su chi sia il vero mostro del mare.

Le principali minacce che affliggono gli squali sono:

  • lo shark finning, una cruenta pratica che prevede il taglio delle pinne agli squali, ributtati poi ancora vivi e morenti in mare, per la produzione della famosa sharkfin soup tanto in voga nei Paesi Asiatici;
  • la pesca industriale e commerciale, dove la pelle di questi animali viene utilizzata per realizzare arnesi, i denti per produrre armi e utensili, l’olio di fegato per medicinali e illuminazione, la cartilagine per gli integratori alimentari e le carni come cibo;
  • la pesca sportiva, che prevede la cattura degli squali per l’utilizzo di mandibole e denti come semplici cimeli e trofei;
  • il bycatch, ovvero la cattura accidentale degli squali ad opera della pesca intensiva che ha causato l’uccisione di 1/3 degli elasmobranchi su scala mondiale;
  • le reti fantasma e le reti antisqualo che, per diminuire gli attacchi ai bagnanti, mietono moltissime vittime tra gli squali che vi restano intrappolati; 
  • l’inquinamento da plastiche, pesticidi, composti chimici e metalli pesanti;
  • il degrado dell’ambiente e i cambiamenti climatici che, su ampia scala, possono portare all’estinzione numerose specie.

“Pensate che l’inquinamento rappresenti una minaccia per gli squali? Avete raccolto testimonianze in merito?”

L’inquinamento rappresenta una concreta minaccia per gli squali: le plastiche e microplastiche possono andare ad intaccare il sistema respiratorio e digestivo degli squali; i pesticidi, i composti chimici e i metalli pesanti possono invece andare ad intaccare la corretta sintesi del DNA, possono diminuire la fitness riproduttiva e possono alterare la composizione del sangue.

Il dottorato della Dott.ssa Reinero, basato in parte anche sull’ecotossicologia del gattuccio Scyliorhinus canicula nel Tirreno centrale, ha messo in evidenza ingenti accumuli di Piombo, Arsenico, Cadmio e Mercurio nei tessuti di questa specie.

L’Arsenico, nello specifico, va ad abbassare le difese immunitarie del gattuccio, esponendolo ad un maggior rischio di contrarre parassiti.

Differentemente da alcuni elementi in tracce come il piombo, l’arsenico e il cadmio che possono essere facilmente escreti da alcuni organi durante il ciclo vitale dello squalo, il mercurio è invece un metallo liquido che si bioaccumula sempre di più nelle cellule dei tessuti in quanto è insolubile e liposolubile e non viene escreto da nessun organo.

Fortunatamente i livelli riscontrati nel cervello dei gattucci analizzati non hanno evidenziato concentrazioni troppo elevate, grazie al fatto che i gattucci sono in grado di rigenerare i neuroni danneggiati durante tutto il corso della loro vita!

Volontari del Centro Studi Squali in azione
Volontari del Centro Studi Squali in azione

“Quali sono le specie minacciate e quali sono le possibilità d’intervento?”

In tutto il mondo sono numerose le specie minacciate e a rischio di estinzione. 

Tra queste ricordiamo le più note:

  • lo squalo bianco e lo squalo volpe, annoverati nella red list della IUCN come “vulnerable” a livello globale;
  • il mako dalle pinne corte, lo squalo balena e lo squalo elefante, annoverati come “endangered” globalmente;
  • lo squalo martello smerlato e il longimano, annoverati invece come “critically endangered” globalmente.

Nel Mediterraneo la situazione non è certo delle migliori, dato che si registra un declino di oltre il 90% delle specie, molte delle quali appena citate. 

È possibile rimediare al declino degli squali?

Sicuramente ci sono dei metodi che possono aiutare a frenare l’estinzione di diverse specie: primo tra tutti l’istituzione di Aree Marine Protette, in quanto i fermi pesca e/o la riduzione degli sforzi di pesca danno la possibilità alla fauna marina di riprodursi e moltiplicarsi, aumentando così il pescato.

Molto più complicato invece è parlare di pesca sostenibile, ovvero del pesce pescato che garantisce la vitalità a lungo termine degli stock ittici e il benessere degli oceani: finché lo shark finning e la pesca intensiva non verranno ridotti, sarà impossibile ottenere dati affidabili per la gestione dell’industria della pesca e, di conseguenza, parlare di pesca sostenibile.

Allo stesso tempo è possibile anche intervenire sul bycatch regolamentando tempo e profondità di pesca, modificando gli attrezzi da pesca, mettendo osservatori a bordo e una strumentazione elettronica per incentivare il rispetto delle regole e valutare i fattori specie-specifici, la mortalità e la sopravvivenza di una specie post-rilascio per avere un quadro più chiaro sull’impatto delle catture accidentali.

Ti è piaciuta l'intervista di Virginia Corti?

Contattaci qualora avessi piacere a raccontarci le attività e i progetti della tua realtà.

Non perderti inoltre i nostri contenuti e i nostri eventi su Facebook, LinkedIn e Instagram. Seguici!