Colonialismo Interno

Introduzione al Colonialismo Interno

Quando parliamo di colonialismo interno vogliamo evidenziare le caratteristiche dello sviluppo irregolare che origina ed amplifica divergenze strutturali di carattere economico, sociale e/o culturale all’interno di un territorio facente parte dello stesso Stato.

Secondo il sociologo Gonzàles Casanova, il colonialismo interno corrisponde ad una struttura di relazioni sociali basate sul dominio e sullo sfruttamento tra gruppi culturalmente eterogenei e distinti.
Esso è il risultato di un incontro tra due razze, culture o civiltà, la cui genesi ed evoluzione è avvenuta senza alcun reciproco contatto fino a un momento specifico.
La struttura coloniale e il colonialismo interno si distinguono dalla struttura di classe. Il colonialismo non è solo un rapporto di sfruttamento dei lavoratori da parte dei proprietari di materie prime o di produzione e dei loro collaboratori. È anche un rapporto di dominio e sfruttamento di una popolazione totale (con le sue classi distinte, proprietari, lavoratori) su un’altra popolazione che ha anche classi distinte (imprenditori e lavoratori). (Pablo Gonzàles Casanova, Internal Colonialism and National Development, 1965).

Stein Rokkan e i concetti di Centro e Periferia

A livello di sviluppo, il concetto fa riferimento alle relazione tra il Centro e la Periferia e tra le relazioni che intercorrono tra i due.
In particolare, quando si parla di queste relazioni, lo si fa nell’ottica dei rapporti di sfruttamento strutturale delle risorse delle aree periferiche da parte del nucleo centrale.

A partire dagli anni ‘60 del secolo scorso, gli scienziati politici Stein Rokkan e Seymour Lipset delineano i due concetti relativi a Centro e Periferia. (Rokkan & Lipset, Party System and Voter Alignments, 1967).
In molti criticarono l’analisi dei due scienziati sociali ma ciò che va compreso e ricordato è che Lipset e Rokkan, quando parlavano di centro e periferia, si riferivano a dei concetti che andavano ben oltre le interpretazione geografiche. Si concentravano invece sugli elementi di differenziazione sociale, economica, culturale e strutturale delle varie aree del territorio.

Stein Rokkan.

La distanza tra i due va dunque letta a livello geografico, politico, sociale e, se vogliamo, anche psicologico.

Prendiamo ad esempio gli Stati Nazionali formatesi in Europa in seguito alla Pace di Westfalia del 1648 e analizziamo i due concetti. Ci ritroviamo davanti a un quadro storico fondamentale alla contestualizzazione a pieno dell’argomento dell’articolo.
La riflessione sulla nascita e l’espansione degli Stati Moderni porta la comunità di studiosi a riflettere sui modelli centro-periferici.

Il Centro

I centri rappresentavano l’area privilegiata, dove l’organismo statale ha sede (e spesso ha avuto origine) e dove esso viene custodito gelosamente, al riparo dai danni del tempo, ed indicato come un’area privilegiata, come erano d’altronde i suoi abitanti.
Oltre ad essere considerato in maniera privilegiata ed a disporre di un prestigio maggiore, l’area centrale rappresentava il bacino di risorse più ampio.
Questa altissima concentrazione di risorse in un’unica area privilegiata dà luogo alla formazione di una struttura monocefala, comprendente in essa tutte le risorse del territorio e, solitamente, le élite dello stesso.
IL centro svolgeva dunque la maggior parte delle funzioni amministrative, di controllo e di informazione ed impartizione di ordini.

La Periferia

Analizzando una periferia (ricordiamo il senso figurato del termine), ci troviamo davanti ad uno scenario ben diverso.
Essa tende infatti a rispecchiare l’immagine di un territorio isolato, oltre che a livello geografico, a livello economico.

Le periferie partecipavano ben poco ai processi decisionali di un centro.
Si trattava spesso di territori acquisiti in seguito tramite guerre di conquista o cedimenti di possedimento in seguito a trattati militari.
Le periferie inoltre riportavano spesso degli specifici tratti culturali indipendenti da quelli dello Stato al quale appartenevano e che in linea di massima contribuiva al gap psicologico nei confronti del Centro.

Può essere che una periferia controlli le sue risorse in maniera semi-autonoma, ma è da considerarsi un fatto piuttosto raro. Questo è dovuto alla presenza sul territorio di funzionari provenienti dal nucleo centrale dello Stato che si occupano dell’amministrazione locale per conto delle élite centralizzate.
Le economie periferiche inoltre sono spesso caratterizzate da economie scarsamente produttive, sotto-sviluppate e disorganizzate.
Non è inusuale che il tipo di economia delle aree periferiche dipenda da un’unica merce. Di conseguenza questa assumerà una tendenza estremamente volatile e dipendente dalle fluttuazione di mercato (prezzi, domanda/offerta).

I rapporti centro-periferia sono variati e continueranno a variare nel tempo. Riportano alla luce cambiamenti sostanziali dettati da una serie di eventi di matrice storica, geografica, politica, giuridica e via dicendo.
Esempi di questo sono il rafforzamento dello Stato centrale, che arriva via via ad acquisire sempre più potere rispetto alle comunità locali e alla Chiesa (se si parla del caso italiano in particolare).

Colonialismo intersezionale

Nel mio precedente articolo, Il Colonialismo Green di Israele, scrivo di colonialismo green.
Proviamo a collegare i due concetti:

  • il colonialismo green 
  • il colonialismo interno

Secondo il sito Earth.org, può essere riconosciuta come colonialismo green una situazione nella quale i paesi industrializzati, raggruppati sotto la denominazione di “Occidente”, mantengono stili di vita agiati e profittevoli grazie allo sfruttamento delle risorse appartenenti al Sud Globale.

Per colonialismo interno ci si riferisce ad un sistema di sfruttamento delle classi. In questo caso la periferia è la classe subordinata al centro.

Con questa espressione si indicano condizioni di gravi differenze economiche e sociali interne ad uno stesso paese.
Uno dei primi teorici del colonialismo interno fu proprio Lenin. Nell’adempiere al suo scopo di sviluppare un’analisi sulla genesi e sullo sviluppo del capitalismo nella Russia zarista di fine ‘800, evidenziò la condizione precaria nella quale verteva l’Impero continentale Russo, alla mercé del mercato di Mosca e San Pietroburgo.
L’analisi di Lenin voleva segnalare un problema che la Rivoluzione d’Ottobre si sperava avrebbe preso in considerazione. Tuttavia essa venne apparentemente dimenticata non molto tempo dopo, quando il Kazakistan (che durante il regime dell’URSS veniva compreso nella giurisdizione russa) divenne “Il granaio dell’Impero”. (Erika Fatland, La Frontiera, 2015).

Nella letteratura scientifica sono moltissimi gli esempi di colonialismo interno.
Essi evidenziano la presenza costante durante la storia umana di situazioni di oppressione di vario tipo (etnia, genere, classe sociale…).
Gli esempi vanno dagli Stati sudisti degli Stati Uniti, alle Hawaii, ai territori canadesi di Acadia e Québec fino alla regione di Sanya, in Giappone ed alla Catalogna in Spagna.

La totalità di questi modelli presentano un quadro strutturale piuttosto simile. Il centro controlla i processi economici impedendo lo sviluppo autonomo e responsabile delle aree periferiche.

La Sardegna fino a fine ‘800

In fondo al bosco si odono ininterrotti colpi di scure, ripetuti dall’eco, e pare che tutta le foresta ne tremi”.

Grazia Deledda, scrittrice di origine sarda e vincitrice del Premio Nobel per la letteratura  nel 1926, ammalia il lettore con un’immagine di una sardegna estremamente boschiva, ma come mai?

La Sardegna è una terra arida, un outback composto da vegetazione bassa e terriccio aridissimo, sferzata dal vento.

Dove sono finiti gli alberi dei quali Deledda racconta nel libro?

Sono moltissimi i viaggiatori ottocenteschi che descrivono la Sardegna come un’oasi verde, ricca di boschi, ammaliante grazie alla vegetazione lussureggiante che pare avvolgerla.
L’isola, situata nel mar tirreno, fece il suo ingresso nel ‘800 con oltre 500 mila ettari di superficie ricoperta di boschi.
Alla fine del secolo l’isola si ritrova con meno di 100 mila ettari.

In appena 60 anni, quattro quinti delle foreste sarde vennero rase al suolo nel tentativo, riuscito, di favorire l’industria casearia.

Tipico paesaggio dell’entroterra sardo.

Il Colonialismo italiano

Ma andiamo con ordine.
L’isola aveva per secoli rappresentato un bacino di risorse da depredare, che avevano interessato i Romani prima e gli Spagnoli poi.

Con l’annessione dell’isola al Regno dei Savoia, assistiamo ad un’accelerazione del disboscamento e dello sfruttamento delle terre.

Nel 1820, con l’Editto delle Chiudende, si istituì la proprietà privata nell’isola, abolendo di conseguenza le “terre comuni” le quali la popolazione locale era solita a gestire in maniera autonoma.
I boschi, che fino ad allora rappresentavano un bene comune, cominciarono a essere gestiti dalla classe abbiente sarda. Questo fu possibile tramite un processo di espropriazione dalle comunità locali e favorendo lo sviluppo dell’economia capitalista.

Le terre boschive, che per millenni erano state bene comune degli abitanti dell’isola e che avevano rappresentato la maggior fonte di sostentamento per la popolazione locale, divennero un mero bene di mercato che i Savoia esportavano ricercando il massimo profitto.
Il continente importò quel legname per la costruzione di ferrovie.

Le conseguenze

Il vandalismo dei Savoia lasciò la popolazione sarda con un’unica soluzione: darsi alla pastorizia.
Anche la pastorizia, purtroppo, non apportò alcun tipo di vantaggio alle terre sarde. Infatti esse furono ridotte alla mercé degli imprenditori laziali che necessitavano di materie prime per la produzione di pecorino.

Perchè non produrlo a Roma? Il divieto di saligione, nel 1884, costrinse molti casari a trasferirsi nell’Isola, che presentava un’ampia disponibilità di sale e latte.
La cittadina di Macomer, in provincia di Nuoro, divenne il nucleo centrale dell’industria nascente.

Proprio a Macomer, nel 1906, si scatenarono violente proteste popolari contro i caseifici dei laziali che, per quanto portassero progresso industriale, impoverirono i pastori, comportando un peggioramento delle loro condizioni di lavoro e vita. L’industria casearia controllata dal Lazio sfruttava i pastori e le terre sarde.

Le leggi del mercato investirono a pieno l’isola, che si ritrovò a dover fornire alberi a tutta europa per la costruzione di ferrovie ed a sviluppare un mercato basato su un solo prodotto da poi esportare nel continente.

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