L’Albero d’Oro

Cari lettrici e lettori, prima di cominciare il nostro viaggio nel mondo vegetale con “L’albero d’Oro” (Ginkgo biloba L.), vorrei darvi il benvenuto nel “Il Giardino di Ginkgo”. Questa rubrica è dedicata a quegli esseri viventi che ci rendono possibile di esistere e grazie a cui potremmo continuare ad essere, dall’ossigeno al cibo, dalla diversità alla bellezza: le piante. Qui, parleremo delle piante di tutto il mondo: del loro habitat, dei miti e delle leggende che le circondano, dei simbolismi e delle pratiche esoteriche che nascondono, della tradizione e della storia che ci raccontano. Perché, sì, le piante sono protagoniste indiscusse del mondo naturale, ma anche quello sociale, culturale, culinario e storico.

Questa rubrica vuole dare, a voi lettori, sia nozioni ecologiche per conoscere insieme sempre di più il nostro mondo naturale, sia fatti e curiosità, passando anche per le cucine e per le distillerie. Insomma per conoscere il ruolo delle piante nella nostra cultura, locale e mondiale, a 360°.

L’Albero d’Oro: il simbolo della rubrica

Il Ginkgo biloba è stato scelto come simbolo della rubrica perché rappresenta la perseveranza, l’immutabilità, la pace, il legame intrinseco tra uomo e natura che mai si spezza. In un mondo in cui tutto sta cambiando, e che facciamo fatica a seguire, lui ci ricorda l’importanza di essere resilienti e forti, ma allo stesso tempo ci ricorda che la natura e l’uomo sono complessi e vulnerabili. Infatti il Ginkgo ci ricorda che l’unione è la nostra cura. Per questo sarà proprio lui ad accompagnarci nel suo “giardino”.

Ginkgo biloba L.

Sui rami del Ginkgo non vi si trovavano foglie, ma esseri umani, fusi gli uni con gli altri. Poi, una tempesta travolse tutto: quegli esseri dal duplice e concorde profilo furono gettai a terra, e, soli e smarriti, anziché ritrovare l’antica unione, si divisero. E, così, nacquero i conflitti” – Mito Cinese.

L’Albero d’Oro: bioma e storia

La distribuzione e l’habitat del Ginkgo biloba è ancora oggi molto dibattuta dagli studiosi. Anticamente, l’areale della sua distribuzione comprendeva tutto l’emisfero nord. Queste informazioni sono state acquisite grazie al ritrovamento di fossili risalenti a 170 milioni di anni fa, quindi durante il periodo del Giurassico, l’epoca dei dinosauri per intenderci. Alcuni reperti fossili sono stati ritrovati in Germania e in Romania, per esempio, confermando la presenza dell’Albero d’Oro nel Mediterraneo. Ma per ragioni ignote, qualche milione di anni più tardi la sua sopravvivenza si restringe e si confina nell’Est dell’Asia. Parliamo dell’era del Pleistocene e i ritrovamenti fossili nel sud del Giappone ne danno testimonianza. Il suo misterioso e intricato percorso evolutivo ha attirato diversi appassionati di paleobotanica del mondo nel tentare di risolvere il rompicapo.

Al giorno d’oggi, l’Albero d’Oro è la sola specie sopravvissuta dell’antica famiglia delle Ginkgoaceae. Infatti si considera letteralmente un “fossile vivente”, la cui provenienza è endemica della Cina. Di fatto, questo Paese ha fornito le condizioni ambientali ideali per molte piante nel periodo post-glaciale, tra cui il Ginkgo biloba. La tipica topografia montuosa ha fornito habitat stabili per un lungo periodo, i così chiamati rifugi post-glaciali, permettendo la sopravvivenza delle specie ai cambiamenti climatici del passato.

L’Albero d’Oro: un mistero botanico

Tuttavia, questa pianta non termina di fomentare dibattiti e conflitti scientifici. Infatti molti studiosi hanno messo in dubbio anche l’esistenza di una naturale popolazione del Ginkgo biloba in Cina. Essi sostengono, al contrario, che le vere ragioni della sopravvivenza dell’Albero d’Oro siano state la coltivazione e la cura del popolo cinese per migliaia di anni. Esso, venerato per la sua resistenza e longevità, venne scelto per essere piantato vicino ai luoghi di religione, di culto e alle dimore reali. Conseguentemente, le popolazioni esistenti ad oggi sarebbero frutto, appunto, di suddette coltivazioni.

Nonostante i dubbi sulla vera origine naturale delle popolazioni presenti al giorno d’oggi, il Ginkgo biloba rimane l’albero più longevo al mondo (si stima che possa raggiungere i 1000 anni) ed uno dei misteri della botanica mondiale.

Ed ecco che grazie ai perpetui dubbi che alimentano l’interesse nel nostro Ginko, gli studi sulla presenza o meno delle così chiamate wild populations della specie continuano. Uno studio recente di Tang C.Q. et al (2012) ha scoperto una popolazione selvaggia di Ginkgo biloba nelle montagne di Dalou, nel Sud-Est della Cina. Nell’habitat gli scienziati hanno stimato un’età media degli esemplari di Ginkgo tra 366 e 878 anni.

Nell’area, i luoghi di culto sono assenti ed è storicamente abitata da popoli di etnia Gelao e Han, popolazioni indigene della Cina. Esse sono conosciute per avere tabù molto rigorosi sulla coltivazione e sul disboscamento del Ginkgo, credendo che queste attività potessero far perdere fertilità e benessere nel caso avessero tradito il suo stato selvaggio. Ed è così che, grazie alla bassa presenza dell’uomo nell’area e l’assenza di luoghi di culto, questo studio, insieme ad altri più specifici, ha potuto constatare la presenza di una wild population di Ginkgo!

Habitat e caratteristiche

Il suo habitat ideale risiede in luoghi umidi, terreni freschi e profondi, ricchi di hummus e favoriti dal drenaggio dell’acqua. Probabilmente, queste caratteristiche hanno definito la sua grande distribuzione nel passato e, al giorno d’oggi, la “semplicità” di trovarlo nei luoghi più comuni.

Inoltre, alcuni scienziati hanno spiegato che il Ginkgo biloba è sopravvissuto durante 250 milioni di anni grazie al suo particolare sistema esteso di radici, in grado di svilupparsi attraverso il suolo calcare. La sua qualità più particolare è la capacità di crescere germogli, plantule e radici aeree anche dopo essere stato ferito. È proprio per questa caratteristica che gli scienziati compresero la grande capacità di resilienza e tenacia di questa specie, che ha permesso loro di vivere nelle situazioni più avverse.

Le particolari caratteristiche non finiscono qui. Il Ginkgo biloba è una pianta dioica, ossia che esistono sia esemplari maschili che esemplari femminili. Si è scoperto nella storia che il fossile vivente, raggiunto lo stato di maturità (intorno ai 25-30 anni), può variare sesso nel corso della sua vita. Il fenomeno è stato osservano nel Kew Garden di Londra e nell’Orto di Jena in Germania, dove un esemplare maschio, un giorno, ha deciso spontaneamente di produrre dei frutti. Sarà anche questa una caratteristica che ha permesso la sopravvivenza al Ginkgo, il cambio di sesso nella necessità di rigenerarsi?

In questa lunga e coinvolgente storia del Ginkgo non poteva mancare il contributo di Charles Darwin. Intorno al 1859, egli coniò il termine fossile vivente e definì l’Albero d’Oro un mistero naturale “che è divenuto nel regno vegetale quello che è l’ornitorinco nel regno animale”. Un rebus con i fiocchi!

La Ginkgo-mania in Europa

Nel Settecento, la pianta fu importata in Occidente dove si diffuse rapidamente. Il Ginkgo divenne presto una comune pianta ornamentale nei diversi giardini botanici d’Europa. Ad esso sono state attribuite la capacità di vivere in ambienti con alto inquinamento e la particolare immunità agli attacchi parassitari. In Italia, l’orto botanico di Padova, e conseguentemente quello di Pisa, fu il primo ad ospitare l’esemplare del Ginkgo. La storia di longevità e resilienza ha preceduto il suo arrivo destando fascino e curiosità nella comunità scientifica italiana. In breve tempo, il Ginkgo fu coltivato in molti giardini aristocratici.

Durante la “Ginkgo-mania” si è capito che la coltivazione migliore dell’Albero d’Oro è composta da esemplari prettamente maschili, se si vogliono evitare odori particolarmente forti e fastidiosi nei propri giardini. Questa pianta non finisce mai di sorprenderci! Di fatto, i frutti del Ginkgo, che vengono prodotti dagli individui femminili, sono ricchi di acido butirrico. I frutti a maturazione, cadendo a terra e rompendo il tegumento, rilasciano nell’ambiente quest’odore acido ed intenso. Se vi state chiedendo che odore ha l’acido butirrico, vi basti pensare a un forte odore di sudore acre. Probabilmente non è il profumo che cerchiamo nei nostri giardini! Ma non lasciamoci ingannare dal suo maleodorante frutto. Come vedremo più avanti, gli elementi che si ritrovano nelle foglie e nei frutti del Ginkgo vengono considerati un elisir di vita!

L’Albero d’Oro: etimologia e simbologia

Il nome del nostro Albero d’Oro ha origini giapponesi. La parola ginkgo significa “albicocca d’argento” (gin=argento, kyo=albicocca), per via dei suoi frutti arancioni. “Biloba”, invece, si riferisce alla forma bilobata della foglia. “Ginkgo” è però un nome sbagliato, causato da un errore di stampa riportato da Carl Linnaeus, il famoso botanico svedese che nel 1753 introdusse la nomenclatura binomiale nel sistema di classificazione di piante, animali e minerali. Infatti la pronuncia originale del nome giapponese era appunto “Ginkyo”.

Il Ginkgo biloba viene anche popolarmente chiamato l’Albero d’Oro per via del colore giallo dorato che prendono le foglie in autunno prima di cadere al suolo. Esse offrono uno spettacolo davvero singolare, tant’è che è stato definito il “Re dell’Autunno”.

Significato simbolico

Il significato simbolico del Ginkgo rappresenta la resistenza, la rinascita, la coincidenza tra gli opposti, l’inalterabilità delle cose e la saggezza acquisita con l’esperienza. Tutte queste attribuzioni, di certo, riportano alla grande resistenza e longevità di quest’albero, divenuto sacro per diversi popoli asiatici. Egli ha affrontato diverse ere ed epoche rimanendo inalterato, rigenerandosi, rinascendo e diventando sempre più forte grazie all’esperienza acquisita e applicata nei suoi geni in forma evolutiva.

Un fatto storico del Ginkgo, che quasi assomiglia ad una leggenda ma è realmente accaduto, è la sopravvivenza di un individuo della specie alla bomba atomica su Hiroshima. La mattina del 6 agosto 1945, Little Boy venne sganciata sopra la città di Hiroshima causando una devastazione che ha raggiunto dimensioni inimmaginabili e che era sconosciuta all’uomo prima di allora. La città rasa al suolo, centinaia di migliaia di morti e la persistenza di radiazioni altamente tossiche che perpetrarono la devastazione negli anni a venire. Il Ginkgo biloba resistette all’impatto e alle radiazioni. Questo rafforzò ancor di più le qualità magiche attribuite al Ginkgo, simbolo di speranza e di pace. La sua foglia divenne, conseguentemente, l’emblema della città di Tokyo.

L’Albero d’Oro: proprietà magiche

L’Albero d’Oro è ritenuto importante sia durante la vita terrena che quella celeste. Esso viene coltivato in molti luoghi di culto, tra cui quelli buddhisti, taoisti e shintoisti, perché è ritenuto sacro e capace di tenere lontano gli spiriti maligni. Nella tradizione orientale, i rametti di Ginkgo vengono collocati sulle tombe per permettere alle anime di riposare serenamente nell’Aldilà. Gli è attribuito anche il potere di stimolare la sessualità e la fertilità.

L’Albero d’Oro: uso terapeutico

Il Ginkgo è stato coltivato per la sua bellezza, i semi edibili e i prodotti medicinali già all’epoca della dinastia cinese Song (960-1279). Nel più antico trattato cinese sui farmaci, il Pen T’sao, il Ginkgo è indicato come portatore di qualità Yin (femminili) e Yang (maschili), con proprietà benefiche sia per il cuore che per lo spirito.

Di fatto gli estratti di Ginkgo vengono utilizzati per curare patologie cardiovascolari e celebrali, ed è riconosciuto per le sue proprietà antiossidanti ed antinfiammatorie, essendo ricco di flavonoidi e derivati terpenici, che sono capaci di proteggere il cuore e il sistema nervoso. Questa pianta è inoltre in grado di contrastare l’invecchiamento delle cellule (ecco il nostro elisir di vita).

Molti studi medici hanno constatato l’efficacia degli estratti fogliari nel trattare molteplici patologie, come: la perdita della memoria, acufeni e vertigini di origine vascolare, malattie occlusive arteriose periferiche, il cancro del colon-retto, la demenza senile, l’asma e le cefalee.

In uno studio recente condotto da Hayder M. Al-kuraishy et al. (2022), i ricercatori hanno studiato l’efficacia dell’estratto fogliare del Ginkgo biloba nel contrastare i sintomi acuti del COVID-19, concludendo che potrebbe essere un ottimo candidato nella gestione dell’intensità della malattia.

Come sempre, si invita alla cautela nell’utilizzo dei suoi estratti e sotto prescrizione medica. Le foglie e il seme contengono tutti quei principi benefici per noi, ma la polpa del frutto è irritante e tossica perché contenente tre sostanze principali ritenute nocive: l’acido ginkgolico, il ginkgolo e il bilobolo.

L’Albero d’Oro: letteratura

Il Ginkgo è divenuto protagonista del libro Ginkgo. L’albero dimenticato dal tempo (Olschki, 2020) di Peter R. Crane. Più che un trattato di letteratura scientifica, questo libro si potrebbe definire un romanzo. Parla della storia di questa pianta straordinaria e, a quanto pare, è la storia più lunga mai dedicata ad un albero.

Ed infine, riprendendo la romantica filosofia della rappresentazione degli opposti, il Ginkgo richiama alle molteplicità di Sé, una pianta fragile e resistente, doppia e unica, semplice e complicata. Una poesia di Johann Wolfgang von Goethe racconta di questa consapevolezza dentro di ognuno di noi e nel tutto intorno a noi, della molteplicità delle cose e della vita, che rende tutto ciò che è:

La foglia di quest’albero,

dall’Oriente affidato al mio giardino,

segreto senso fa assaporare

così come al sapiente piace fare.

È una sola cosa viva,

che in se stessa si è divisa?

O son due, che scelto hanno,

si conoscan come una?

In risposta a tal domanda,

trovai forse il giusto senso.

Non avverti nei miei canti

ch’io son uno e doppio insieme?

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Yoga è stata pescata accidentalmente da un peschereccio a strascico davanti alla costa di Cesenatico. Attualmente sta svolgendo il processo di riabilitazione in vasca presso le strutture di Cestha e nei prossimi giorni svolgerà gli accertamenti veterinari. Ancora non ha iniziato ad alimentarsi, si deve ancora abituare alla sua vasca.

The Black Bag ha deciso di battezzarla con il nome Yoga - dopo averla adottata - per ringraziare David e Gruppo Yoga Solidale Genova per aver contribuito, con una donazione, alla sua adozione.

Bellolampo viveva insieme al suo branco di cani liberi nella discarica di Palermo situata in Via stradale Bellolampo, dalla quale prende il nome.

Non sappiamo esattamente perché, ma il branco è stato catturato e portato nel canile municipale di Palermo, un luogo assolutamente inospitale, inadeguato e spaventoso per tutti i cani, ma soprattutto per i cani nati liberi che non hanno praticamente mai avuto contatti con l’uomo.

La data di nascita viene indicativamente riportata come l’1/12/2015 e l’ingresso nel canile di Palermo è avvenuto il 9/4/2016.
Bellolampo aveva solo 4 mesi quando è stato tolto dal suo territorio nativo e separato dai suoi fratelli per essere chiuso in un box sovraffollato.

Una volontaria del canile di Palermo segnalò a Buoncanile l’urgenza di trovare una sistemazione migliore per lui così riuscirono a farlo arrivare a Genova nell’ ottobre 2016 insieme ad un'altra cagnolina, Papillon.

Furono i primi cani del #buoncanileprogettopalermo.

Bellolampo ha subito manifestato una forte paura nei confronti delle persone e dell’ambiente, arrivando anche a mordere, mentre si è dimostrato da subito capace e desideroso di instaurare forti legami con gli altri cani.

Nel tempo ha imparato a fidarsi dei gestori del canile e piano piano ad aprirsi anche a pochi volontari selezionati.

Essendo un cane molto carino e anche di piccola taglia negli anni ha ricevuto diverse richieste di adozione, ma tutte incompatibili con il suo carattere diffidente e spaventato.

Una curiosità? Bellolampo ama gli equilibrismi! Gli piace saltare sui tavoli, le panche, le sedie, i muretti e proprio non resiste al fascino della carriola!!

Mix pittina dagli occhi magnetici... salvata da pesante maltrattamento. Viveva a Napoli legata alla ringhiera delle scale condominiali ad una corda cortissima.

Lei è un cane eccezionale, nata nel 2013. Entrata in canile nel 2014 si è subito distinta per le sue naturali doti olfattive: con lei abbiamo lavorato tantissimo sulla discriminazione olfattiva, fino a farle seguire delle vere e proprie piste di sangue finalizzate al ritrovamento di persone scomparse (attività fatte solo ai fini ludici).

Non va d’accordo con i suoi simili, per cui cerca una famiglia senza altri animali in casa, una famiglia dinamica , esperta e disposta ad un percorso conoscitivo.

Paco cerca casa! Si trova a Genova!

Paco è stato adottato da cucciolo con la superficialità di chi crede che un cucciolo sia un foglio bianco sul quale scrivere ciò che si vuole, e con la stessa superficialità è stato portato in canile perché dopo due anni era cresciuto con caratteristiche diverse da quelle di un peluche.

Paco è un cane affettuosissimo, curioso e dinamico, viene presentato a tutti i nuovi volontari del canile come uno tra i cani più equilibrati e gestibili anche per chi è alla prima esperienza.

Ama passeggiare a lungo, è già abituato a vivere in casa, viaggia volentieri in auto, è sempre alla ricerca di nuove avventure da fare in compagnia dei suoi amici, è molto bravo in città, non ha paura delle persone, né dei cani. Non ama i cani maschi, è invece molto bravo con le femmine. Non è compatibile con i gatti.

E’ un cane adulto oramai, è nato nel 2014, una taglia media (circa 20 kg), è un cane che sa gestire bene le emozioni, i suoi bisogni e i suoi spazi.

Paco ha bisogno di un'adozione responsabile, che non sottovaluti i segnali di stress che sa comunicare, soprattutto quando vuole riposare in cuccia senza essere disturbato.