Il colonialismo Green di Israele

Un breve riassunto

Nonostante i vari riferimenti al 1948 come data di inizio formale del conflitto tra Israele e Palestina, la prima tappa delle travagliate e controverse ostilità affonda le sue radici nel 1917. Infatti con la Dichiarazione di Balfour il governo inglese, all’epoca governato da David Lloyd George, si pronuncia a favore degli esponenti sionisti del tempo. A seguito delle proteste della popolazione palestinese già presente sul territorio, l’Inghilterra assume la piena amministrazione del territorio palestinese e dà così il via libera e il completo sostegno all’ideale ebraico di creazione dello stato.

Il sionismo coloniale

Il Sionismo è un movimento di carattere politico-religioso sviluppatosi verso la fine del XIX secolo, nasce come risposta a un inasprimento dell’antisemitismo nel territorio europeo. Si pone come principale obiettivo (perseguito poi in maniera effettiva a seguito della seconda guerra mondiale) la ricostruzione di uno Stato Ebraico nel territorio palestinese. Questo stato doveva fungere da patria comune per gli ebrei che, dopo varie persecuzioni e diaspore, si erano ritrovati esodi in varie parti del mondo. Il territorio palestinese infatti, all’epoca della nascita del Sionismo sotto il dominio turco-ottomano (1299-1922), era considerato la patria storica degli ebrei. La Palestina, anche se formalmente di Palestina non si può ancora parlare, non costituiva sotto il dominio una realtà amministrativa ufficiale, ma era compresa all’interno di altre suddivisioni amministrative nell’area denominate “Levante” o “Grande Siria”.

Mappa dell'oriente in cui si vede Israele.
Il Vicino Oriente, 1810. 

Il sionismo coloniale è frutto di una serie di fattori, tra cui l’alleanza inglese. Infatti già dal 1917 la Gran Bretagna comincia a occupare la Palestina e a offrire sostegno militare ed economico all’esercito sionista.

Dal 1917 al 1947, le terre palestinesi rimangono sotto il mandato di protezionismo britannico, il quale governo favorì in ogni modo possibile l’immigrazione ebraica.

Israele nasce dalla colonizzazione del territorio palestinese, come isola di rappresentanza occidentale nel mezzo del Medio Oriente ed appoggiata dalle potenze imperialiste europee.

Suddivisione del territorio

Dopo la Seconda guerra mondiale, una Commissione delle Nazioni Unite viene costituita per legiferare a proposito della controversia tra palestinesi ed ebrei. Nel 1947 essa propone una suddivisione in due territori delle terre palestinesi. La Palestina viene divisa in uno stato ebraico e uno arabo, conferendo alla città di Gerusalemme uno status internazionale, in quanto città contesa tra le due parti. La risoluzione delle Nazioni Unite è approvata da USA, URSS e Francia. Gli stati arabi si oppongono, mentre UK e Cina (Taiwan) si astengono dal voto. Vale la pena ricordare anche la marcata opposizione del colonnello Nasser, al tempo leader dell’Egitto e della Lega Araba, composta da Siria, Iraq, Egitto e Giordania.

La Costituzione dello stato israeliano diventa ufficiale il 15 Maggio del 1948, con il benestare di Stati Uniti, all’epoca guidati da Henry Truman.

La popolazione ebrea, nel giro di 4 anni (1948-1952), raddoppia.

La risposta araba

Le risposte degli Stati arabi non tardano a farsi sentire. Cominciano le offensive degli stati della Lega Araba e avviene la nazionalizzazione del canale di Suez da parte di Nasser (1956). Inoltre il leader palestinese Yasser Arafat istituisce Al Fatah nel 1959 e l’OLP (Organizzazione di Liberazione della Palestina) nel 1964.

La terza guerra arabo-israeliana, nel 1967, vede l’esercito israeliano conquistare le alture del Golan, i quartieri arabi di Gerusalemme, parte della striscia di Gaza e la penisola del Sinai. Gerusalemme è ora parte del territorio israeliano.

Nel 1973 assistiamo alla quarta guerra arabo-israeliana, o guerra del Kippur, con protagonisti Siria ed Egitto, intenti alla riconquista dei territori persi 6 anni prima.

Mappa di Israele e i territori occupati.
Israele e i territori occupati.

Capitalismo e colonialismo vanno a braccetto

Il fine ultimo delle due è ricavare immensi profitti ai minimi costi possibili tramite lo sfruttamento di lavoro manuale a basso costo e delle risorse naturali di un dato territorio. 

Il colonialismo, storicamente parlando, fa riferimento alle espansioni territoriali di una nazionale su altre in modo tale da facilitare i conseguenti domini commerciali, economici e sulle risorse. Si origina durante i primi anni del XVI secolo per poi cambiare forma fino a diventare imperialismo nel XIX.  Il colonialismo generò capitale importato in termini di materie prime (poi utilizzate nei paesi colonizzatori per implementare importanti riforme nei paesi di appartenenza) e di forza lavoro a livello commerciale. Zucchero, cotone, tè, tabacco, legno e gomma sono solo alcuni dei prodotti prelevati nelle colonie e importati. In Europa divennero beni di lusso per le élite europee.

A livello ambientale, il colonialismo significa distruzione. Gli europei distrussero interi habitat, esportando specie di piante ed animali in paesi il cui ecosistema differiva completamente da quello europeo. (Todorov, La Conquista dell’America).

I coloni inglesi utilizzarono le stesse tecniche nei territori del Nord America. Istituirono grandi parchi nazionali ed enormi foreste, espropriando la terra ai nativi americani, in perfetta linea con la narrazione occidentale secondo la quale l’uomo può proteggere la natura solo tenendosi a debita distanza da essa. Dopo l’istituzione dei parchi, questi vengono pubblicizzati come luoghi incontaminati, rappresentazione della natura selvaggia e dell’amore per la natura. Ma la storia dei loro abitanti è completamente cancellata. 

“Far fiorire il deserto”

Da quando l’ideologia del sionismo si è instaurata per la prima volta nelle menti di alcuni intellettuali, lo stato di Israele ha presentato il suo insediamento della terra di Palestina. A questo è seguito lo sradicamento del popolo palestinese, come un ringiovanimento della terra. Con il “greenwashing” dell’occupazione, Israele nasconde il suo apartheid dietro un miraggio ambientalista e distoglie l’attenzione pubblica non solo dalla sua brutale oppressione del popolo palestinese ma anche dal degrado ambientale al quale portano le sue politiche.

Il greenwashing originato da “Far fiorire il deserto” (un mantra ripreso dalla potenza coloniale israeliana) fa risalire le sue origini fino alla genesi dello stato di Israele. 

Il JNF e molti leader sionisti tra cui lo stesso Ben Gurion hanno utilizzato questa scusa e palese atto di greenwashing per giustificare le politiche oppressive di Israele per decenni. 

Nella logica israeliana, la Palestina è etichettata come una terra arida, deserta e scarsamente popolata. Per questo sarebbe dovuta essere rigenerata tramite politiche ambientali volte alla capitalizzazione del suolo.

Il Greenwashing israeliano

Israele e i suoi leader non mostravano infatti alcun riguardo nei confronti della preservazione ambientale e tutela delle terre palestinesi, ma si nascosero dietro le tecniche di greenwashing. Confiscarono le terre palestinesi in nome di alti principi che facessero colpo sul mondo occidentale e che spostassero l’attenzione da quei problemi che invece in occidente non ci impegniamo a indirizzare per non pestare i piedi a nessuno.

All’inizio del XXI secolo, con la reputazione che si sgretolava sotto occhi del mondo, in un caso e delle dinamiche molto simili a quelle dell’aparatheid sudafricano, Israele decide di assumere un’azienda inglese, la Aranchi per cercare di “craft the new image of the country”. Gli incaricati dell’azienda avevano un compito ben specifico: allontanarsi dalle dinamiche relative al conflitto israelo-palestinese e focalizzarsi invece su quelli che erano i risultati ottenuti dal paese in settori quali, appunto, quello culturale e quello ambientale.

Dal 2012 poi, Israele cerca di stabilire maggiormente la sua immagine da Green Country. Tra le altre cose, per esempio, scelse come tema del suo padiglione all’Expo 2015 a Milano la sostenibilità.

La “Jewish National Fund”

Determinata a “far fiorire il deserto”, l’organizzazione Jewish National Fund,  si è occupata del rimboschimento delle terre che avevano sottratto alla Palestina,  servendosi delle tecniche di greenwashing per nascondere le rovine dei villaggi un tempo appartenuti ai palestinesi.

Secondo le stime dei dati del JNF, l’organizzazione, l’unica a occuparsi di rimboschimento in Israele, avrebbe piantato nel corso degli anni 240 milioni di alberi. 

Ma gli impatti negativi del JNF e delle sue pratiche superano di gran lunga quelli positivi. Innanzitutto, il JNF ha piantato principalmente pini e cipressi europei. Questi alberi non sono adatti all’interno dei territori palestinesi, in quanto consumano maggiori quantità di acqua, invecchiano più in fretta e prendevano fuoco velocemente.

Nel 2010, questi pini presero fuoco al nord della Palestina, distruggendo 8000 acri di piantagioni di alberi e uccidendo 40 persone.

Mondo occidentale e colonialismo Green: il caso del “Continente Africano”

Israele si serve della politica ambientale per portare avanti la sua agenda coloniale nei confronti dei territori palestinesi. Niente di nuovo, tutte dinamiche già osservate, dal Sud Africa all’Indonesia, dalla Liberia al Perù pre-colombiano.

Un altro esempio lampante è quello dell’African Eden. Una narrazione occidentale, un mito che emerge nel mezzo del periodo coloniale (1860-1870) che promuove l’immagine di un’africa vergine, incontaminata e selvaggia. Gli europei avevano urbanizzato e industrializzato le loro terre natali. Quindi vengono coinvolti nell’immagine presentata dai media del tempo che dipingono il continente Africano come una bellezza esotica e non rovinata dall’uomo.

Nella letteratura occidentale troviamo vari esempi di questa narrazione. Si veda ad esempio The Snows of Kilimanjaro di Ernest Hemingway oppure Out of Africa di Karen Blixen. Noti bene che si parla di Africa, senza specificare mai il paese effettivo, per una questione di banalizzazione della storia e della cultura del continente. Essa era dipinta come una terra disabitata – quando non si descrivevano grossolanamente i suoi abitanti affibbiando loro nominativi come “selvaggi”. Purtroppo è inutile smentire queste affermazioni, assolutamente non vere. Infatti la narrazione dei media occidentali continua a perpetuare una narrazione storica basata sulla storia dell’Occidente. Si fa ancora coincidere la genesi della storia del continente africano con la colonizzazione europea.

Se si volesse approfondire la storia del Continente e dei grandi Imperi nei lunghissimi periodi antecedenti alla colonizzazione, una lettura consigliata è il libro di John Reader: Africa, Biografia di un continente, 2017.

L’African Special Project: il post-colonialismo 

Anche nel caso africano, moltissime istituzioni di tutela ambientale ed ONG furono create durante il periodo coloniale. Durante la conferenza del 1961 ad Arusha, Tanzania, si discusse del progetto delineato l’anno prima, l’African Special Project. Il progetto si prometteva di continuare con l’istituzione di parchi nei territori africani. In questa occasione venne fondato il World Wildlife Fund (WWF). I fondi stanziati dal WWF permisero a ex amministratori coloniali di mantenere la loro postazione lavorativa. In molti vennero smistati nel continente e continuarono a creare riserve naturali e parchi in luoghi già abitati da popolazioni locali, peraltro completamente in grado di gestire un rapporto sano con l’ambiente circostante. (Si legga “Africa” di Giovanni Carbone). Assistiamo quindi alle deportazioni di popolazioni locali, all’arresto di cittadini che, una volta deportati, coltivano o pascolano i loro capi di bestiame in territori “interdetti”, perché vengono privati dei propri.

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