Giornata mondiale delle vittime della guerra chimica

La Giornata delle vittime della guerra chimica è un evento che ci deve aiutare a ricordare le vittime delle armi chimiche ma che, inaspettatamente, riguarda anche l’ambiente.

Questa giornata di notevole importanza ha radici recenti. Infatti solo nel 1993, a Parigi, fu firmato il primo trattato per vietarne l’uso, la cosiddetta CAC ovvero la Convenzione per la proibizione delle Armi Chimiche. Lo sviluppo di tali armi avvenne a partire dalla Prima guerra mondiale, che ne registrò il massimo impiego. Il loro utilizzo si fece poi via via più sporadico nel corso del XX secolo anche se non meno impattante.

A oggi utilizzare armi chimiche è illegale proprio grazie al fatto che nel 1993 quasi tutti gli stati membri dell’ONU decisero di sottoscrivere la convenzione e di formare l’OPCW (Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons) con l’intento di eliminare i depositi di queste, disposti in ogni nazione. Nel 2005, per sensibilizzare la popolazione mondiale al problema, venne istituita la giornata mondiale per le vittime della guerra chimica con data proprio il 30 novembre. Nonostante gli sforzi dell’OPCW, alcune nazioni continuano a produrre e a immagazzinare armi chimiche; si tratta di un numero irrisorio ma che può destare, comunque, preoccupazione.

Le vittime di questa barbarie nel corso del secolo sono state innumerevoli, i primi a subire l’effetto di sostanze tossiche sono stati i soldati delle trincee della Prima guerra mondiale. Da quel momento in poi anche i civili sono diventati bersaglio delle munizioni chimiche, come avvenne con l’utilizzo di bombe a gas da parte delle truppe fasciste nel 1936 durante la Guerra d’Etiopia.

Armi chimiche e ambiente

Questa giornata, istituita per sensibilizzare le persone al problema delle armi chimiche, si intreccia tuttavia anche con alcune problematiche ambientali.

L’impegno a smantellare le munizioni è lodevole, ma come viene fatto? Sono presenti regolamentazioni che assicurino lo smantellamento rispettando l’ambiente?

Subito dopo la Prima guerra mondiale molte nazioni si sono ritrovate con un surplus di queste armi barbariche. Per liberarsene hanno messo in atto una pratica poco costosa e veloce: gettarle semplicemente in mare. Nel fare ciò non hanno tenuto conto dell’impatto ambientale né degli effetti che questo avrebbe avuto sull’uomo. In molti credevano che il fondale limaccioso avrebbe ricoperto le casse e i container, sigillandoli in una tomba che nessuno avrebbe disturbato.

Ma le cose non sono andate come ci si aspettava. Decenni a seguito dell’interramento di cavi subacquei, questi i fondali si sono trasformati in aree molto movimentate, permettendo l’infiltrazione di acqua nei contenitori. Quest’ultima è una sostanza estremamente corrosiva che progressivamente è capace di scavare anche il materiale più resistente. Era solo questione di tempo, infatti, prima che i materiali sepolti venissero a galla. Di recente alcune ricerche hanno osservato la presenza di sostanze derivate dalle armi chimiche all’interno delle carni di alcuni pesci di interesse ittico. Le concentrazioni sono spesso insignificanti, ma destano preoccupazione poiché in costante aumento.

Residuati bellici trovati sui fondali marini
Residuati bellici in fondo al mare trovati dai geologi appartenenti al centro di ricerca MBARI.

Gli effetti in mare

Come detto poco sopra, alla conclusione di entrambi i conflitti mondiali le nazioni vincitrici si sono trovate costrette a eliminare grandi quantità di residuati bellici. Scaricare questi “rifiuti” in mare è stata la strategia più utilizzata. Gli USA hanno depositato i residuati lungo le coste atlantiche; Francia e Gran Bretagna rispettivamente nel mare del Nord e nel golfo di Biscaglia, mentre l’Unione Sovietica ha tentato di farlo nel piccolo bacino del mar Baltico.

Mappa con indicate le aree di scarico delle armi chimiche in seguito alla seconda guerra mondiale.
Mappa delle zone di scarico delle armi chimiche dopo la Seconda guerra mondiale

Molte ricerche si stanno adoperando per comprendere gli effetti della presenza di queste sostanze nei fondali. Le preoccupazioni principali riguardano la possibilità di intossicazioni croniche dei vertebrati o anche in importanti cambiamenti nelle comunità batteriche di fondale. Nelle zone dove sono state scaricate grandi quantità di queste munizioni, definite spesso come hotspots, vivono comunità di batteri meno diversificate. Solo alcune specie, infatti, sono capaci di sopportare queste molecole velenose.

Data l’elevata presenza di depositi nel mare del Nord e nel mar Baltico, grande attenzione è stata data a specie di interesse economico come: il merluzzo (Gadus morhua), l’aringa (Clupea harengus) e lo spratto (Sprattus sprattus). Il pericolo è dato dalla capacità delle sostanze tossiche di legarsi ai tessuti adiposi. Per quanto la quantità sia irrisoria, essa può persistere per moltissimo tempo.

Anche le popolazioni che vivono lungo la costa sono, ancora oggi, vittime di queste aberranti armi. I casi di pescatori con ustioni o vesciche dovute all’azione delle sostanze disciolte in acqua o catturate dalle reti sono innumerevoli. Anche in Italia sono presenti cimiteri abbandonati di questi armamenti: nel golfo di Napoli o lungo le coste della Puglia, particolarmente nel porto di Molfetta, ma anche nei pressi di Pesaro, sono state scaricate migliaia di tonnellate di bombe.

Lo smaltimento

Uno dei processi più importanti che le nazioni dell’OPCW devono mettere in atto è lo smaltimento. Questo può essere fatto mediante alte o basse temperature.

Il metodo ad alte temperature prevede di incenerire il materiale, sfruttare la pirolisi plasmatica o ancora mediante esplosioni. In questo modo si può rendere inerte la molecola tossica. Tuttavia questo metodo comporta la produzioni di ceneri e detriti che a loro volta dovranno essere trattate per ripulirle da qualsiasi residuo chimico.

L’eliminazione a bassa temperatura avviene mediante neutralizzazione, cioè, utilizzando alcuni composti chimici, i gas tossici vengono trasformati in sostanze inerti. Ad esempio, mediante idrolisi seguita da alcuni procedimenti definiti bituminizzazione, il materiale pericoloso viene incapsulato e reso assolutamente innocuo.

Le tecnologie per agire in maniera ecosostenibile e distruggere queste armi inumane sono oggi presenti. Sta solo alle grandi nazioni agire per assicurare la sicurezza delle persone e dell’ambiente ed evitare che questi strumenti causino ulteriori vittime e danni all’ecosistema.

Fonti:

https://nonproliferation.org/chemical-weapon-munitions-dumped-at-sea/

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26692048/

https://pubs.acs.org/doi/full/10.1021/es903472a

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