Guerra e impatto ambientale

Il butterfly effect del conflitto in Ucraina

La guerra minaccia la nostra sicurezza e quella del nostro pianeta, generando un considerevole impatto ambientale. Non importa quanto sia vicina o lontana da noi. In un’epoca globalizzata e complessa come quella odierna, si dice che “Il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo” (The Butterfly Effect, 2004).

Questo non è un concetto nuovo per chi si interessa di ambiente. Abbiamo visto spesso nei nostri articoli come un piccolo gesto possa significare molto in termini di consumi e salvaguardia per l’ambiente. Oggi, con un conflitto alle porte dell’Europa, è sempre più chiaro come nessuno possa sentirsi indifferente o immune a certe dinamiche. La guerra in Ucraina non è solo un’orribile tragedia. È un battito d’ali assordante che avrà conseguenze importanti su ognuno di noi e sul nostro pianeta.

Chi ha spento la luce?

Importando il 40% del fabbisogno di gas in Europa dalla Russia, c’è chi teme che le soluzioni in materia energetica vadano a ledere molte delle conquiste fatte in materia di energia pulita, almeno nel breve periodo. In questo scenario l’Italia è uno dei paesi più colpiti dalla rinuncia del gas russo, che utilizza per il 42,5% di copertura nazionale.  

La rinuncia al nucleare fatta tramite il referendum nazionale abrogativo del 1987, e ribadita poi nel 2011 tramite ulteriore referendum, ci dà uno svantaggio considerevole rispetto ad altri paesi Europei. La Francia ad esempio, che possiede all’attivo 19 centrali elettronucleari per la produzione di energia elettrica, riceve dalla Russia solo il 17% del suo gas. Altri paesi invece hanno a favore la possibilità di poter contare su un pacchetto di rinnovabili più considerevole rispetto al nostro. Questo diminuisce la necessità di dipendere da ulteriori “padroni”.

Difficoltà nella transizione ecologica

Molti sperano che questo possa essere il segnale giusto per cominciare a compiere passi avanti nei confronti delle energie rinnovabili. Un impegno a rispettare le belle parole spese da molti paesi durante la COP26 di Glasgow, tenutasi nel novembre scorso. La volontà, per la prima volta esplicitata, è quella di limitare l’uso del carbone, il fattore che contribuisce maggiormente al cambiamento climatico. Di tutto ciò avevamo parlato approfonditamente in due articoli del nostro blog: COP26: The time to act is yesterday e COP26: le battute finali.

Ma la strada è ancora molto lunga e ciò a cui stiamo assistendo sembra non giocare a favore dell’ambiente. Proprio il primo ministro Mario Draghi ha parlato della possibilità di ritornare al carbone pur di non essere ricattati da potenze detentrici delle maggiori risorse energetiche. Se da un lato la guerra velocizza per necessità strategie che mirano ad abbassare le emissioni, dall’altro i tempi sono molto stretti. E la richiesta è quella di una risposta immediata. Se i paesi non sono pronti a far fronte ad una crisi di tali proporzioni in poco tempo, il ritorno al carbone diventa una possibilità concreta. Proprio quel carbone che tanto ci si era impegnati a debellare.

L’economista Dieter Helm ha affermato che “L’80% dell’energia mondiale proviene ancora da combustibili fossili” (Finicial Times, 2022). L’abbandono di queste materie prime raramente è sembrato più complicato. Raggiungere una decarbonizzazione energetica potrebbe in questo momento non essere l’obiettivo più urgente da soddisfare. Intanto, molti paesi cercano soluzioni alternative alla dipendenza russa guardando ai paesi dell’Africa e del Medio Oriente.

Chi sostituirà la Russia

Per quanto riguarda l’Italia, lo scorso 11 aprile il premier Draghi insieme al Ministro degli Esteri Di Maio e al Ministro della Transizione Ecologica Cingolani, è volato in Algeria per trovare nuove forniture di gas e petrolio. L’accordo sul tavolo è decisamente importante. Si parla di potenziare di 9-10 miliardi di metri cubi di gas le forniture, arrivando a una soglia pari a circa il 30% del gas che oggi importiamo dalla Russia. L’ Algeria passerebbe così in testa come maggior fornitore dell’Italia. Si riuscirebbe pertanto a coprire in maniera immediata la mancata fornitura russa entro i prossimi 2-3 anni.

Il premier Mario Draghi con il Primo Ministro della Repubblica Democratica e Popolare di Algeria, Aïmen Benabderrahmane

Come alcuni fanno notare però, si passerebbe solo da un padrone all’altro, legandosi a scambi commerciali con paesi molto vicini alla corte russa. E non solo l’Algeria. Anche Congo, Angola e Mozambico sono sulla lista delle visite in programma per il premier italiano su territorio africano. Tutti paesi astenutisi in sede ONU alla votazione per condannare l’invasione russa dell’Ucraina e che rientrano in fasce di rischio alte. In medio oriente invece si guarda a Egitto e Qatar (questi favorevoli alla condanna russa ma non alla sua espulsione dal Consiglio dei Diritti Umani) che hanno rapporti commerciali stretti con la Russia di Putin.

Politiche agricole a rischio

Gli strascichi lasciati dal conflitto in Ucraina non sono però solamente legati alle politiche energetiche. Anche le politiche agricole hanno dovuto rallentare e trovare soluzioni di emergenza nel reperimento di materie prime. Il conflitto rallenta infatti l’entrata in vigore della Politica Agricola Comune (PAC) prevista per il periodo 2023 – 2027. La Pac stabilisce obiettivi comuni per tutti i paesi membri dell’UE. L’impegno collettivo è quello volto a procedere sempre più verso politiche di tutela e salvaguardia della filiera agroalimentare. Così facendo non solo si tutelano l’ambiente, il paesaggio e la biodiversità, ma si cerca di contrastare i cambiamenti climatici.

In Italia si è parlato di come far fronte ad una carenza di approvvigionamenti. Il paese ha esportato fra gennaio e novembre dello scorso anno circa 600 tonnellate di mais dall’Ucraina (il 20% dell’import). Numeri su cui non è più possibile fare affidamento. Una alternativa è data dalla possibilità di aprire per i prossimi mesi all’importazione da paesi come gli Stati Uniti e l’Argentina. Questi però non essendo soggetti alle medesime leggi europee pongono problemi etici di sicurezza e tutela del consumatore.

Guerra in Ucraina, l'Italia rinuncia agli obiettivi green per produrre più  cibo

Ma non solo mais. Anche l’olio cosiddetto “di origine Europea” proviene per larga parte da paesi come l’Ucraina. Questi, se impossibilitati a produrre ed esportare, aprirebbero alla possibilità di impiegare come soluzione d’urgenza l’olio di palma. In questo caso il problema non è legato alla qualità del prodotto o alla salute del consumatore. La preoccupazione è data dall’impatto ambientale che le coltivazioni produttrici di olio di palma recano all’ambiente. Queste sono infatti considerate una delle maggiori cause di deforestazione a livello mondiale. La criticità di questo conflitto riscrive gli accordi politici, e quelli commerciali. Impone agli stati europei e non solo, di rivedere i piani strategici nazionali per rendere più sostenibile il settore.

Conseguenze sui prezzi

Negli ultimi mesi si è potuto osservare da vicino gli effetti di questa catena di cause-effetto. Nel Regno Unito la mancata importazione di olio da cucina ha portato alcuni supermercati a dover limitare l’acquisto a 1 o 2 bottiglie a persona. L’Ucraina è infatti il primo paese al mondo produttore di olio di giasole. In Germania invece, alcuni ristoranti hanno dovuto scegliere di togliere le patatine fritte dal menu. Il piatto sarebbe diventato troppo costoso a causa dell’aumento del prezzo dell’olio fino al 60% in più rispetto ai mesi pre-confilitto. In Tailandia è invece stata vietata l’esportazione di olio di palma per sopperire alla mancata importazione dell’olio da cucina dai paesi vicini al conflitto. Russia e Ucraina sono i primi produttori di olio di semi, e si prevede che queste restrizioni possano andare avanti ancora per altri 18 mesi.

Prezzi, prodotti e regioni d'Italia con i maggiori rincari

Ma non sono aumentati solo i prezzi dell’olio: zucchero, farina e persino la carne hanno visto incrementi notevoli. Se si considera che il 60% dei cereali prodotto viene utilizzato nel settore dell’allevamento come nutrimento per gli animali si può intuire il perchè. Una minore importazione genererebbe prezzi più elevati che ricadrebbero non solo sui prodotti a base di cereali ma anche sul costo della carne. Si stima che per questo 1 allevamento su 4 sia oggi a rischio. Ma il problema anche in questo caso non riguarda solo i costi. L’ambiente infatti risentirebbe della pressione di trovare nuovi terreni in cui produrre queste materie prime. Il rischio diventa perciò quello di incentivare ulteriormente la crescita dei livelli già critici di deforestazione nel mondo.

Ma quanto inquina la guerra?

Una guerra è essenzialmente un’attività distruttiva che lacera luoghi e persone coinvolte. Ma oltre al costo di vite umane, c’è un costo ambientale che seppur secondario è importante evidenziare. Una guerra ha infatti spesso conseguenze importanti sull’ambiente, particolarmente rilevanti nello scenario odierno di cambiamenti climatici e surriscaldamento globale.

Guerra in Ucraina: 5 cose da sapere oggi

Un primo livello di impatto ambientale si ha in conseguenza alla creazione e al mantenimento di un armamento militare. Ancor prima che questo venga poi effettivamente utilizzato. Per poter far funzionare veicoli da combattimento vengono utilizzati metalli comuni e un grande quantitativo di acqua e idrocarburi. Inoltre, per poter far avanzare aerei, carrarmati o navi, è necessario un utilizzo massiccio di energia e carburante, grazie all’uso del petrolio. Si può dire che le emissioni di CO2 dei più grandi eserciti siano maggiori di quelle di molti paesi del mondo messi insieme. Come riporta una ricerca della Durham e della Lancaster University, l’esercito americano è uno dei più grandi consumatori di petrolio e il principale emettitore di gas serra. Il suo livello di acquisti di carburante, che non si somma a quelli totali del paese, si colloca addirittura tra Perù e Portogallo nella classifica globale.

Le conseguenze delle bombe

Il secondo livello di inquinamento ambientale è invece quello diretto, ovvero attraverso il dispiego di armi convenzionali. Comunemente questo si ha in conseguenza alle esplosioni dovute al rilascio di bombe, proiettili e missili. Che il danno ambientale ci sia è innegabile e ce lo dimostrano le immagini di distruzione di città, boschi e foreste. Ad essere spazzati via dalla brutalità del conflitto ci sono anche moltissime specie di piante e animali. La biodiversità dei territori e di moltissime specie sono così minacciate. L’inquinamento colpisce poi fiumi e sorgenti d’acqua, lasciando la popolazione senza acqua potabile e facendo sì che moltissime sostanze nocive si disperdano in mare.

Anche detriti e macerie inquinano suolo e atmosfera, provocando danni seri per la salute delle popolazioni. I residui bellici possono poi rimanere nel territorio colpito per moltissimo tempo costringendo gli agricoltori a disfarsi di gran parte del raccolto. L’Ucraina inoltre ha sul suo territorio molti stabilimenti industriali e siti chimici ad alto rischio, alcuni che utilizzano materiale radioattivo. Una esplosione nel posto sbagliato arrecherebbe danni ingenti e di lunga durata.

Guerra in Ucraina: che cosa è successo questa notte 23 marzo

Le conseguenze di questa guerra si vedranno ancora per moltissimo tempo. Ma ciò che appare sempre più chiaro è che non c’è più tempo da perdere. Investire nelle energie rinnovabili al giorno d’oggi rimane il modo più intelligente di guardare al futuro per una nazione che voglia rendersi indipendente e autosufficiente. Scelte ecologiche e green oggi non sono solo avaguardiste ma necessarie a ristabilire gli equilibri politici internazionali. Se non ora, quando?

Ti è piaciuto l'articolo di Michela Marazzi?

All'interno del nostro blog puoi trovare informazioni su diversi temi legati al mondo ambientale.

Non perderti inoltre i nostri contenuti e i nostri eventi su Facebook, LinkedIn e Instagram. Seguici!