La fine della natura di Bill McKibben

Oggi torniamo alle basi, ai grandi classici della letteratura ambientalista. Con Primavera silenziosa Rachel Carson aveva analizzato l’impatto dei pesticidi sulla natura, iniziando il primo movimento ecologista americano negli anni Settanta. Tuttavia La fine della natura di Bill McKibben (Bompiani, 1989) viene ancora oggi considerato il primo libro sulla crisi climatica, nello specifico fu il primo a parlare del riscaldamento globale.

In entrambi è chiaro che il disastro climatico è causato dall’azione umana, ma il più recente è decisamente anche il più pessimista.

Il pessimismo di McKibben

Bill McKibben aveva poco meno di trent’anni quando scrisse quella che è una delle sue opere più famose. In ogni frase si percepisce il suo rancore, che forse potremmo paragonare a quello che provano i giovanə contemporaneə, ma soprattutto la sua disillusione. È convinto che la natura sia ormai perduta, com’è anticipato nel titolo e sulla copertina evocativa.

Queste emozioni sono comprensibili quando si analizza l’effetto serra, un pericolo di cui si iniziava a discutere proprio negli anni Novanta, o si parla di piogge acide e dell’immancabile buco dell’ozono. Più si va a fondo nella questione climatica, leggendo i report scientifici a riguardo, e più è difficile restare ottimisti.

Copertina di La fine della natura di McKibben.
Copertina di La fine della natura.

La sua frustrazione deriva soprattutto dalla totale indifferenza degli esseri umani. Erano passati vent’anni da quando il movimento ambientalista e numerosissimi scienziati avevano cominciato a dimostrare gli effetti negativi dell’emissioni di carbonio, eppure il mondo andava avanti come nulla fosse.

Naturalmente noi conosciamo questa sensazione perché adesso ne sono passati cinquanta di anni. I dati sono sempre quelli, anzi peggiorano. Sembra che il nostro sistema economico stia iniziando una lenta trasformazione, ma non c’è più tempo – era già tardi nel 1989. Insomma, la parole di McKibben sono sicuramente condivisibili ancora oggi.
Lo stesso autore, nella prefazione della nuova edizione del libro del 2006, evidenzia come le cose siano solo peggiorate.

Come nel caso di Primavera silenziosa, il libro accusa la società occidentale e analizza soprattutto il sistema americano, perché è quello in cui gli autorə di entrambi i testi vivono. Quindi anche McKibben spiega che uno dei problemi principali è la sudditanza economica dei politici rispetto alle “big corporation”. È risaputo che l’industria petrolifera abbia da sempre dei sostenitori nel Congresso statunitense, in tutte le fazioni politiche, ed è per questo che non si riesce a ottenere un cambiamento a livello legislativo e quindi sistemico.

Questo approccio funziona?

Personalmente, libri come questo andrebbero letti con estrema cautela. Sono ovviamente importantissimi, ma rischiano di scoraggiare il lettorə meno preparato.

Come ci hanno insegnato Figueres e Rivett-Carnac in Scegliere il futuro, bisogna affrontare questa crisi climatica con Ostinato Ottimismo. Pensare che la Terra sia ormai spacciata o che la natura non tornerà mai rigogliosa come un tempo ci portano a credere che il cambiamento non sia nelle nostre mani.
Purtroppo e per fortuna invece salvare il pianeta, e la nostra specie, è una nostra responsabilità.

Imparare come siamo arrivati a questo punto nella storia è fondamentale per capire che siamo sempre stati noi i responsabili. Gli esseri umani hanno preso determinate decisioni, gli scienziati hanno dimostrato le conseguenze di quelle scelte e adesso dobbiamo prenderne di migliori.

Bill McKibben dopo l’uscita del libro

Comunque McKibben non è del tutto disfattista. La fine della natura parla anche della necessità di un cambiamento quasi filosofico nel nostro approccio alla Terra. Solo con un ritorno alla natura, per citare Walden di Thoreau, l’essere umano può comprendere quanto essa sia necessaria per la propria sopravvivenza.

Questo minuscolo spunto ottimista, e probabilmente la sua maturazione negli anni successivi all’uscita del libro, hanno portato McKibben ad agire in prima persona:

  • Step It Up è una campagna iniziata nel 2007 per chiedere al Congresso di agire contro il riscaldamento globale. Furono organizzati raduni in tutti gli Stati Uniti e nello specifico si chiedeva di mettere dei limiti dell’80% alle emissioni di carbonio entro il 2050.
  • 350.org è un’organizzazione ambientalista, sempre fondata nel 2007, che cerca di creare un movimento internazionale per il clima e vuole informare più persone possibili sulla situazione attuale.

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Bellolampo viveva insieme al suo branco di cani liberi nella discarica di Palermo situata in Via stradale Bellolampo, dalla quale prende il nome.

Non sappiamo esattamente perché, ma il branco è stato catturato e portato nel canile municipale di Palermo, un luogo assolutamente inospitale, inadeguato e spaventoso per tutti i cani, ma soprattutto per i cani nati liberi che non hanno praticamente mai avuto contatti con l’uomo.

La data di nascita viene indicativamente riportata come l’1/12/2015 e l’ingresso nel canile di Palermo è avvenuto il 9/4/2016.
Bellolampo aveva solo 4 mesi quando è stato tolto dal suo territorio nativo e separato dai suoi fratelli per essere chiuso in un box sovraffollato.

Una volontaria del canile di Palermo segnalò a Buoncanile l’urgenza di trovare una sistemazione migliore per lui così riuscirono a farlo arrivare a Genova nell’ ottobre 2016 insieme ad un'altra cagnolina, Papillon.

Furono i primi cani del #buoncanileprogettopalermo.

Bellolampo ha subito manifestato una forte paura nei confronti delle persone e dell’ambiente, arrivando anche a mordere, mentre si è dimostrato da subito capace e desideroso di instaurare forti legami con gli altri cani.

Nel tempo ha imparato a fidarsi dei gestori del canile e piano piano ad aprirsi anche a pochi volontari selezionati.

Essendo un cane molto carino e anche di piccola taglia negli anni ha ricevuto diverse richieste di adozione, ma tutte incompatibili con il suo carattere diffidente e spaventato.

Una curiosità? Bellolampo ama gli equilibrismi! Gli piace saltare sui tavoli, le panche, le sedie, i muretti e proprio non resiste al fascino della carriola!!

Mix pittina dagli occhi magnetici... salvata da pesante maltrattamento. Viveva a Napoli legata alla ringhiera delle scale condominiali ad una corda cortissima.

Lei è un cane eccezionale, nata nel 2013. Entrata in canile nel 2014 si è subito distinta per le sue naturali doti olfattive: con lei abbiamo lavorato tantissimo sulla discriminazione olfattiva, fino a farle seguire delle vere e proprie piste di sangue finalizzate al ritrovamento di persone scomparse (attività fatte solo ai fini ludici).

Non va d’accordo con i suoi simili, per cui cerca una famiglia senza altri animali in casa, una famiglia dinamica , esperta e disposta ad un percorso conoscitivo.

Paco cerca casa! Si trova a Genova!

Paco è stato adottato da cucciolo con la superficialità di chi crede che un cucciolo sia un foglio bianco sul quale scrivere ciò che si vuole, e con la stessa superficialità è stato portato in canile perché dopo due anni era cresciuto con caratteristiche diverse da quelle di un peluche.

Paco è un cane affettuosissimo, curioso e dinamico, viene presentato a tutti i nuovi volontari del canile come uno tra i cani più equilibrati e gestibili anche per chi è alla prima esperienza.

Ama passeggiare a lungo, è già abituato a vivere in casa, viaggia volentieri in auto, è sempre alla ricerca di nuove avventure da fare in compagnia dei suoi amici, è molto bravo in città, non ha paura delle persone, né dei cani. Non ama i cani maschi, è invece molto bravo con le femmine. Non è compatibile con i gatti.

E’ un cane adulto oramai, è nato nel 2014, una taglia media (circa 20 kg), è un cane che sa gestire bene le emozioni, i suoi bisogni e i suoi spazi.

Paco ha bisogno di un'adozione responsabile, che non sottovaluti i segnali di stress che sa comunicare, soprattutto quando vuole riposare in cuccia senza essere disturbato.

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