Ocean’s Decade: dieci anni di sfide

Dieci anni di sfide per proteggere gli oceani. Ecco la locandina dell'Ocean Decade Alliance.

Dieci anni all’insegna della salvaguardia dei mari

Il nostro pianeta è ricoperto per la maggior parte da una grande distesa d’acqua, tanto che, pur avendolo chiamato Terra, spesso ci riferiamo a lui come “il pianeta blu”. Non ce ne rendiamo conto ma dipendiamo molto da questi oceani: gran parte dell’ossigeno che respiriamo è prodotto nel mare, gli oceani mitigano le temperature di tutte le aree costiere, quasi metà della popolazione mondiale si ciba dei prodotti derivanti dal mare, ecc…
Eppure nella nostra ingordigia continuiamo a inquinarlo e a sfruttarne le risorse.

Per questo l’ONU nel 2021 ha dato inizio alla Ocean’s Decade (Decade dell’Oceano). Dieci anni e dieci sfide con l’obiettivo di cambiare la concezione che l’uomo ha del mare e imparare quanto più possibile dal luogo di origine della vita. Incoraggiando la ricerca, i progetti di rivalorizzazione e riciclo e l’intraprendenza di gruppi volontari o di singoli, entro il 2030, si ambisce a cambiare l’approccio umano nei confronti degli oceani.

Dieci sfide

L’idea alla base del lavoro proposto dall’ONU è quello di affrontare e superare dieci sfide, una per ogni anno del decennio. Le sfide sono basate su quelle che sono le principali problematiche osservate ora, ma con il passare del tempo potrebbe essere necessario affrontare nuove prove.

Le sfide sono:

  1. Comprendere l’inquinamento: il problema dell’inquinamento è noto ormai da molto tempo. Le tracce dei farmaci e le microplastiche sono solo alcuni esempi dell’inquinamento antropico in mare. Conoscere e capirne l’origine può aiutarci a rendere nuovamente l’oceano la culla della vita.
  2. Fattori di stress multipli ed ecosistemi marini: il mare è un sistema molto complesso fatto di masse d’acqua, organismi e strutture rocciose tra loro ben più collegati di quanto possiamo immaginare. Non è facile comprendere i rapporti che vi sono tra tutti gli elementi presenti sotto il pelo dell’acqua. Sarà quindi nostro compito scoprirli, così da poter contemplare quali sono i fattori di stress e, di conseguenza, trovare il modo migliore per aiutare l’ecosistema a recuperare.
  3. Cibo dall’oceano: gran parte della popolazione mondiale basa la sua dieta su prodotti ittici, ma la sovrapesca sta rapidamente eliminando gli stock ittici, trovare una soluzione sempre con i prodotti provenienti dall’oceano è una priorità.
  4. Settori degli oceani ed economia blu: l’economia blu è uno sviluppo della green economy e prevede non solo il riutilizzo di prodotti trasformandoli in merce redditizia, ma si propone anche di arrivare ad emissioni 0 di CO2 sfruttando le conoscenze acquisite dalla ricerca sull’ambiente marino.
  5. Sviluppare le soluzioni per il cambiamento climatico basate sull’oceano: clima e oceani sono due sistemi che possono sembrare scollegati ma sono in realtà in stretto contatto. La maggior parte dell’ossigeno che respiriamo proviene dal mare, sempre il mare raccoglie e trattiene enormi quantità di anidride carbonica che noi continuamente produciamo. Poter capire come funzionano questi scambi ci aiuterà a salvare l’intero pianeta.
  6. Aumentare la resilienza della comunità ai rischi oceanici: lo abbiamo visto quest’estate particolarmente; gli eventi climatici imprevedibili e con una forza distruttiva mai vista prima diventeranno più comuni in futuro. Costruire una rete d’allarme e di pronto intervento aiuterà a ridurre i danni ed a salvare innumerevoli vite.
  7. Espandere il sistema globale di osservazione dell’oceano: studiare e monitorare l’oceano non è facile a causa della sua vastità. Costruire una rete di ricerca comune permetterà di comprendere e prevenire future problematiche.
  8. Creare una rappresentazione digitale dell’oceano: da sempre l’uomo ha l’istinto di mappare tutto ciò che esplora, lo aiuta a capire meglio il mondo che lo circonda, allo stesso modo è necessario fare per il mare.
  9. Fornire conoscenze, competenze e tecnologie a tutti: sviluppare una rete di scambio per le conoscenze e le tecnologie per lo studio degli ambienti marini così da avere tutte le nazioni sullo stesso piano e fare ricerca con maggiore velocità.
  10. Cambiare il rapporto dell’umanità con l’oceano: forse il più difficile. Far comprendere all’umanità che anche dopo milioni di anni di evoluzione siamo ancora strettamente legati all’oceano, che il nostro pianeta, pur chiamandosi Terra, è dominato dall’acqua e che senza il mare noi non potremmo neanche esistere.

Cercare le soluzioni

Leggendo queste dieci sfide per i prossimi dieci anni si può ben notare come la ricerca sia l’elemento centrale della politica delle Nazioni Unite. Attraverso lo studio dell’ambiente marino ci si prefissa di risolvere, non solo problematiche ambientali, ma anche quelle questioni economiche e sociali che hanno creato tanta disparità nel mondo.

Tuttavia svolgere esplorazioni oceaniche presenta non poche complicazioni, si tratta di andare ad esplorare un mondo nuovo e alieno; senza la necessità di spingersi troppo in là oltre l’atmosfera, abbiamo un altro pianeta proprio accanto a casa. Le tecnologie per la ricerca marina hanno fatto grandi progressi a partire dagli anni ’60 del novecento. Nei prossimi dieci anni, se riusciremo a creare un network internazionale della ricerca, possiamo solo immaginare cosa saremo in grado di fare.

Un ricercatore si cala nel mare per affrontare i dieci anni di sfide previste dall'ONU.

L’esplorazione marina necessità degli strumenti adatti per essere affrontata. Trattandosi di un altro “pianeta” per prima cosa è necessario avere gli strumenti per avere un’atmosfera respirabile nelle profondità oceaniche. Oggi vi sono molte innovative tecnologie che permettono di prolungare il tempo in immersione, oltre a renderlo più sicuro. Un altro elemento alieno nei più remoti abissi è la luce. Infatti, oltre i 500m di profondità ci si ritrova completamente al buio, con solo brevi e fugaci lampi di alcuni organismi capaci di produrre un luce fioca e fugace. Studiare quindi le profondità richiede l’uso di grandi quantità di energia elettrica e potenti fari.

Se immaginiamo sempre di star esplorando un altro pianeta ci immaginiamo sempre che questo abbia una forza di gravità maggiore o minore. In mare troviamo un’altra forza da tenere in considerazione: la pressione. Man mano che si scende verso le pianure abissali la pressione aumenta in maniera esponenziale. Ogni 10m si ha un aumento di 1atm di pressione, che rende impossibile per il corpo umano scendere al di sotto di una determinata profondità. Anche alcuni macchinari possono essere danneggiati se spinti oltre certi limiti.

Ma questi sono solo alcuni degli aspetti che rendono la ricerca in ambito marino una sfida continua. Anche nelle zone più superficiali, dove si pensava di conoscere già gran parte dell’ambiente marino, è possibile fare nuove scoperte e incappare in notevoli difficoltà. Ad esempio sono recenti le scoperte di molti organismi batterici che fino agli anni ’90 erano totalmente sconosciuti. Lo sviluppo della genomica ha permesso di analizzare campioni d’acqua superficiali e scoprire il DNA di nuove specie.

Dieci anni che coinvolgono tutti

L’obiettivo dell’UNESCO è quello di coinvolgere il più possibile tutti all’interno di questa sfida, non solo enti di ricerca ma chiunque abbia a cuore l’ambiente. Per questo sono presentate molte azioni di piccole start-up o progetti rivoluzionari che si impegnano nella salvaguardia dell’ambiente.

Un interessante progetto, chiamato Blue Symbiosis, si propone di riutilizzare le piattaforme petrolifere abbondonate come siti per la crescita di piantagioni di alghe marine. Quest’idea si propone di sfruttare le alghe in primis per ridurre la CO2 atmosferica catturandola e trattenendola. Nell’ambito della blue economy queste alghe avranno poi una duplice funzione, in primis permetteranno lo sviluppo di hotspot di biodiversità in prossimità delle piattaforme. Ma soprattutto potranno essere utilizzate come cibo, affrontando anche il grave problema della fame nel mondo.

Una piccola start-up ha invece creato un’utile app per smartphone: Save the Waves. Scattando semplicemente una foto geolocalizzata è possibile fornire in tempo diretto informazioni sullo stato di una spiaggia. In particolare se si presenta in quinata, sporca, se l’acqua mostra particolari anomalie o elevate presenza di plastica. Grazie a quest’app sarebbe possibile raccogliere dati o creare un estesa rete network per organizzare clean-up .

Questi sono esempi di alcuni partner ufficiali ma tutti noi, che lottiamo per pulire il mare, siamo partecipanti. Anche The Black Bag partecipa, organizzando clean-up delle spiagge e delle aree naturali a queste importantissima challenge.

I prossimi 8 anni saranno fondamentali. Riuscire a superare queste sfide permetterà di assicurare un futuro radioso al nostro pianeta.

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