Plastica biodegradabile e impatto ambientale

L’Italia non rinuncia alla plastica biodegradabile monouso

Il 2022 è finalmente l’anno in cui anche l’Italia ha detto addio alla plastica monouso. La direttiva Europea Sup (Single Use Plastic) è entrata in vigore sul nostro territorio lo scorso 14 gennaio e sancisce lo stop alla vendita di prodotti in plastica come cannucce, piatti e posate. L’impegno verso l’eliminazione della plastica diventa così sempre più concreto. Complici anche le gravi conseguenze della sua dispersione nell’ambiente, come avevamo già affrontato negli articoli dedicati alle microplastiche e al nuovo continente di plastica.

Ma anche questa volta in Italia non manca qualche eccezione che ha fatto storcere il naso alla Comunità Europea. Se infatti la plastica monouso scomparirà a breve, i prodotti monouso in plastica biodegradabile e compostabile potranno per legge continuare a essere prodotti e commercializzati. L’Europa però non prevede questo tipo di eccezione e minaccia di avviare una procedura di infrazione contro l’Italia se non rispetterà le direttive europee entro il 23 marzo 2022. Ma perché l’Europa dice “no” alla plastica biodegradabile? Cos’è e qual è il suo vero impatto sull’ambiente?

Plastiche e falsi miti

La stragrande maggioranza della plastica prodotta nel nostro pianeta deriva da fonti fossili. Negli ultimi anni si è cercato di trovare alternative più rispettose dell’ambiente e con meno impatto a lungo termine. Una possibile alternativa viene data dalla plastica biodegradibile, spesso detta anche compostabile, che si degrada nell’ambiente più velocemente e in modo naturale. O così si penserebbe. Ci sono infatti molti modi di produrre “bioplastica” e altrettanti modi per smaltirla.

Per cominciare, sapevi che un sacchetto di plastica può essere biodegradabile, ma non necessariamente compostabile? Questo genera molti problemi e falsi miti quando si tratta di fare la raccolta differenziata. Spesso, nonostante la dicitura “bio”, il sacchetto in questione deve essere smaltito con la plastica invece che con i rifiuti organici. Viceversa, se un materiale è compostabile allora sarà sicuramente anche biodegradabile e smaltibile con i rifiuti alimentari. Quello che infatti bisogna ricordare è che non è tanto la meteria prima utilizzata a definire la biodegradabilità di un materiale, ma la sua struttura chimica. Pertanto, l’impatto ambientale di un determinato materiale è strettamente legato al tempo che impiega per biodegradarsi. 

Una questione di definizione

Le definizioni contano, e sulla bioplastica e/o plastica biodegradabile c’è spesso molta confusione, a partire dalle diciture ufficiali. In generale si considerano bioplastiche quelle che derivano da una miscela formata da acido lattico, amido (di mais, frumento, patate, tapioca, riso) e gli scarti della lavorazione del petrolio; e quelle che derivano da microrganismi alimentati con zuccheri o lipidi. La definizione scelta dall’Associazione Europea per le bioplastiche però genera ulteriore confusione perché include nel termine bioplastica non solo i materiali biodegradabili ma anche quelli derivati da fonti rinnovabili, come il PET. Questi ultimi però sono pastiche che hanno tempi lunghissimi di degradazione nell’ambiente, e che quindi risultano dannose quanto le plastiche tradizionali.

Fortunatamente, da tutto il mondo non mancano però esempi di designer e scienziati che studiano modi sempre nuovi di produrre plastica amica dell’ambiente, assicurando il minimo impatto ambientale per i nostri ecosistemi e i loro abitanti.

Good news: i cactus diventano plastica e altre storie incredibili

La prima storia arriva dall’Università della Valle di Atemajac, in Messico, dove una ricercatrice è riuscita con pazienza e ingegno a produrre un prototipo di plastica addirittura dalle foglie di cactus. Sandra Pascoe Ortiz ha studiato un’alternativa che fosse composta interamente da materiali edibili, e che assicurasse perciò un minimo impatto ambientale. Questa “bio plastica” riuscirebbe a degradarsi nel giro di qualche giorno a contatto con l’acqua e nel giro di un mese a contatto col terreno. Inoltre, rispetterebbe le norme di igiene e sicurezza previste, essendo completamente atossica sia per gli umani che per gli animali. Il processo produttivo risulta ancora lento e costoso essendo fatto tutto interamente a mano, ma il materiale sembra essere resistente e facilmente lavorabile.

In Indonesia, è l’azienda Avani che ha voluto scommettere sul monouso biodegradabile. Già produttrice di oggetti di origine interamente vegetale, è riuscita a trasformare la manioca, una pianta tipica dei paesi tropicali, in sacchetti quasi identici alle tanto temute buste di plastica. Innocua se ingerita, si scioglie quasi istantaneamente a contatto con l’acqua, ma rimane resistente e utilizzabile per il trasporto di prodotti. Queste buste verdi dallo slogan “I am not plastic” sono diventate il simbolo di Avani. E i dirigenti dell’azienda credono così tanto nel loro progetto da aver creato addirittura dei video per dimostrare l’atossicità dei loro prodotti. Dopo aver staccato dei pezzetti di buste, li si vede scioglierli in un bicchiere d’acqua e bere questa bevanda azzurra alla manioca completamente atossica.

Quando ti mangeresti pure il piatto (o le posate)

Orgoglio Europeo è invece la Polonia, dove l’azienda Biotrem realizza utensili biodegradabili con la crusca di frumento. Il loro processo produttivo utilizza solo frumento e vapore acqueo ed è attento all’ambiente grazie ad una tecnologia che non ne richiede un uso eccessivo. Adatte per pietanze calde o fredde, e utilizzabili in microonde, le stoviglie monouso sono biodegradibili in meno di 30 giorni, più velocemente della carta. E se proprio non ci vedi più dalla fame, potresti addirittura addentare il piatto senza alcun problema per la salute. L’azienda oggi produce circa 15 milioni di piatti monouso all’anno, un trend che sembra in crescita a giudicare dagli ordini sempre più massicci.

Restiamo in Europa ma ci spostiamo in Svezia. Qui un giovane designer ha inventato la “potato plastic” fatta con fecola di patate, acqua e glicerina. Pontus Törnqvist ha infatti creato una linea di buste e posate usa e getta realizzate con un materiale termoplastico. Questo ad alte temperature viene miscelato e versato in stampi fino a diventare compatto e resistente. Gli utensili oltre ad essere commestibili, si degradano naturalmente in soli due mesi e sono pensati per essere usati soprattutto all’interno di fast food. Questa incredibile invenzione, pensata per risolvere un problema reale del nostro pianeta, gli è valsa persino un riconoscimento internazionale al James Dyson Award, che premia i migliori designer di tutto il mondo.

Anche gli imballaggi alimentari diventano biodegradabili

Un altro settore in cui la plastica regna sovrana è sugli scaffali dei nostri supermercati. Gli imballaggi alimentari hanno un peso importante sull’ambiente perché non godono di una seconda vita. Delusa dal numero di pacchetti che finiscono ogni giorno nell’immondizia, Margarita Talep, designer cilena, ha deciso di studiare una soluzione alternativa ma altrettanto resistente, e che fosse biodegradabile. È così riuscita a creare un materiale simile alla plastica partendo da un gelificante ottenuto da alcuni tipi di alghe, poi mescolato a coloranti estratti dalla frutta. I pacchetti realizzati da Margarita risultano di delicati colori pastello e hanno tempi di degradazione molto veloci: dai 2 ai 4 mesi. Questi sacchetti riescono ad essere perfetti per contenere cibi secchi come pasta, biscotti e legumi, e non necessitano di colle perché è sufficiente il calore per sigillarli.

Ad una soluzione per le bottiglie di plastica ci ha invece pensato un’azienda inglese chiamata Notpla, che ha voluto eliminare quasi del tutto gli imballaggi. Come? Creando delle vere e proprie bolle di liquido avvolte da una pellicola biodegradabile e commestibile derivante dalle alghe. L’hanno chiamata Ooho ed è una bustina flessibile da mettere direttamente in bocca per il consumo di acqua, succhi o addirittura cocktail. Risulta perfetta per l’utilizzo in movimento, ed è quindi ideale in competizioni sportive perché si può tenere comodamente in tasca. E se viene dispersa nell’ambiente si degraderà naturalmente in meno di 6 settimane, più o meno il tempo di un frutto.

Notpla ha anche usato Ooho per trovare una soluzione alle bustine di condimenti monouso in plastica. Ketchup, maionese e altre salse possono così essere racciuse in bolle organiche facilmente apribili e compostabili con i rifiuti organici. Persino la famosa marca di salse Heinz ha voluto collaborare con loro.

La plastica biodegradible può essere una soluzione?

Sì e no. Gli esempi riportati in questo articolo ci fanno ben sperare che si possa immaginare un futuro in cui i materiali utilizzati nella grande distribuzione possano avere impatti minimi sull’ambiente con tempi di decomposizione molto ridotti. Ma come abbiamo visto, non tutta la plastica biodegradabile è effettivamente compostabile e smaltibile con i rifiuti organici, e la confusione sul tema resta tanta. Intanto, aspettiamo di capire cosa succederà nei prossimi mesi e quali scelte farà l’Italia nei confronti del monouso.

Sostituire i materiali non è comunque la cura di questa consolidata “malattia” globale dell’usa e getta e del monouso. Il riutilizzo, il rispetto delle materie prime e del nostro pianeta devono tornare a essere i valori più importanti su cui basare le nostre scelte e abitudini quotidiane.

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