Il disastro Rana Plaza e la nascita di Fashion Revolution

Domani sarà l’ottavo anniversario del crollo del Rana Plaza avvenuto il 24 aprile 2013 a Savar, nella periferia di Dhaka, una delle città più produttive del Bangladesh.
Il crollo della fabbrica è passato alla storia come la tragedia della sovrapproduzione, ovvero la produzione ad ogni costo e senza scrupolo alcuno. Questo disastro doloso causò la morte di 1.129 persone e ne lasciò ferite 2.500. La maggior parte delle vittime erano produttori di un’azienda tessile che aveva lo stabilimento in uno dei piani dell’edificio e che produceva senza orari e senza tutele per i più importanti brand occidentali.

Parlo di disastro doloso perché il crollo di questo edificio poteva essere assolutamente previsto. Ancor meglio, quegli operai, in quello stabilimento, non avrebbero mai dovuto metterci piede.

Inoltre, nonostante le condizioni in cui versava l’edificio, non vi sarebbero state le condizioni a prescindere per adibire lo stesso a fabbrica in quanto pensato esclusivamente per uso uffici.

Quel che restava del Rana Plaza a poche ore dal crollo

Quella stessa mattina del 24 Aprile, poche ore prima del crollo, vi fu una segnalazione di crepe fatta da una persona interna all’edificio. Migliaia di operai tessili furono evacuati dal Rana Plaza e si riversarono in strada nell’attesa del controllo di un esperto, ma l’edificio fu, di lì a poco, bollato come sicuro e i lavoratori tornarono all’interno di quella che, di lì a poche ore, sarebbe diventata la loro carneficina.

La reazione mondiale

Questo evento suscitò un’ondata di pubblica indignazione. Infatti si stima che se anche non direttamente coinvolte le griffe fossero conniventi delle condizioni entro le quali venivano prodotte le loro merci. La risonanza mediatica di questa tragedia diede così il via a campagne contro lo sfruttamento delle condizioni lavorative nel mondo della moda e spinse ONG e sindacati a lottare per i diritti dei lavoratori. A questo proposito furono girati anche diversi documentari.

La risposta dell’industria della moda all’accaduto si è tradotta nella formazione di accordi allo scopo di investire in misure di sicurezza in Bangladesh, tra cui:

  • Accord on fire and building safety in Bangladesh (stipulato dalle imprese europee)
  • Alliance for Bangladesh Worker Safety (stipulato dalle imprese del Nord America)

Questi accordi presentano però varie debolezze: sono infatti relativi soltanto al Bangladesh. Invece le stesse criticità si rilevano anche in altri paesi sottosviluppati, sfruttati allo stesso modo per la loro manodopera a basso costo.

Un’altra criticità emblematica della debolezza degli accordi è che questi sono relativi soltanto alla sicurezza degli edifici. Quindi non alle condizioni di produzione e gli orari lavorativi delle persone. Inoltre, allo scadere dei cinque anni per i quali erano stati sanciti gli accordi, soltanto l’Accord è stato rinnovato.

C’è bisogno di ridefinire le regole del mondo della moda: nasce così Fashion Revolution

Sono in molti a sostenere che sia stata proprio la tragedia del Rana Plaza ad invertire la rotta dell’industria tessile. Essa sembra aver sancito la nascita del Fashion Revolution, il movimento che vuole creare una nuova coscienza sostenibile nel mondo della moda.

La sostenibilità intesa dal movimento non si mostra soltanto nel rispetto dell’ambiente, ma è intesa a tutto tondo; pretende la tutela dei lavoratori e la trasparenza della filiera che porta alla realizzazione di un oggetto. Il movimento vuole tutelare la disuguaglianze di genere e sociali, ridare dignità al mondo della moda che ha perso i suoi valori cardine a favore di una forsennata corsa alla produzione di massa.

Carry Somers, co-fondatrice di Fashion Revolution : “Quando tutto nell’industria della moda è focalizzato sul profitto, i diritti umani, l’ambiente e i diritti dei lavoratori vengono persi. Questo deve finire, abbiamo deciso di mobilitare le persone in tutto il mondo per farsi delle domande. Scopri. Fai qualcosa. L’acquisto è l’ultimo click nel lungo viaggio che coinvolge migliaia di persone: la forza lavoro invisibile dietro ai vestiti che indossiamo. Non sappiamo più chi sono le persone che fanno i nostri vestiti, quindi è facile far finta di non vedere e come risultato milioni di persone stanno soffrendo, perfino morendo.”

Cosa possiamo fare noi consumatori?

Fashion Revolution ha lanciato degli hashtag per fare aumentare il clamore mediatico e gli strumenti in mano ai consumatori per domandare una moda che si mostri sempre più rispettosa dell’ambiente e di chi la produce, alcuni di questi sono: #whomademyclothes #FashionRevolution #WhatsInMyClothes.

Fashion Revolution vuole innescare nuove riflessioni in chi acquista. Vuole spronare il consumatore a pensare perché ami la moda e perché l’atto di acquistare nuovi indumenti gli desti tanto piacere. Lo scopo del movimento è quello di rieducare all’amore per i vestiti che possediamo e di ripensare al motivo per cui li abbiamo scelti tra tanti. Il concetto di moda come espressione dell’unicità di un individuo si era azzerato con l’avvento, agli inizi degli anni 2000, della fast-fashion che ci ha abituati al consumo sfrenato e alla necessità di dover sfoggiare ogni giorno capi nuovi. È proprio questa svalutazione della moda che si vuole combattere a favore di una cultura che ci riporti al rispetto del capo di abbigliamento in sé come simbolo di tutta la filiera che lo ha prodotto. Per saperne di più: https://www.fashionrevolution.org/europe__trashed/italy/

Proteste a sostegno del movimento Fashion Revolution, nato in seguito all’indignazione causata dal crollo del Rana Plaza

Quello che possiamo fare noi consumatori è quindi chiedere alle case di moda di cambiare, ma come?

Contattandole direttamente e facendogli delle domande circa la provenienza del prodotto, come sia stato realizzato e dove; tutte le domande sono pertinenti se una azienda sta davvero agendo in maniera trasparente non avrà problemi nel rispondere. Ricordiamoci, non è il mercato ad essere colpevole, ma siamo noi consumatori poco attenti che lo nutriamo.

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