Seaspiracy: esiste la pesca sostenibile in Italia?

Seaspiracy di Ali Tabrizi (A.U.M. Films, 2021) ha già ricevuto moltissima attenzione, anche grazie ai numerosi personaggi famosi che l’hanno sostenuto. Nonostante sia uscito su Netflix da meno di un mese, quasi tuttə l’abbiamo già visto o comunque sappiamo della sua esistenza. Io stessa non sono riuscita a recuperarlo subito, ma già trovavo notizie a riguardo ovunque.
C’era chi lo esaltava come chiara prova che la pesca non possa mai essere sostenibile e che quindi bisognerebbe escludere il pesce dalla propria dieta. Ma c’era anche chi andava nella direzione opposta, cercando di dimostrare che i dati forniti sull’industria ittica fossero sbagliati o incompleti.

Su quest’ultimo punto sono sempre diffidente, perché le industrie sono solite difendersi negando tutto o rispondendo con accuse ancora maggiori – come abbiamo visto nell’articolo su Denial di Freese (University of California Press, 2020). Tuttavia hanno risposto anche tantə scienziatə e studentə, fornendo dati e spiegando che Tabrizi ha voluto mostrare solo una parte delle sue ricerche per confermare la propria narrazione.

In Italia siamo davvero più sostenibili?

Poi c’è stata anche la risposta italiana. Il caso più eclatante per ora è la lettera aperta di Mazzaro, direttore del mercato ittico all’ingrosso, in cui si chiede a Netflix Italia di affiancare a Seaspiracy una finestra informativa sull’altra faccia della medaglia: la pesca “buona”.
In ogni caso, discutendone online e di persona ho ricevuto per la maggior parte la stessa risposta: «In Italia peschiamo in modo sostenibile. Il nostro pesce è buono, basta evitare il supermercato e andare nella pescheria di fiducia».

Si sa che grazie alla globalizzazione ciò che mangiamo non viene sempre dalla nostra terra o dai nostri mari, quindi bisogna sempre pensare a livello globale. Infatti anche se in Seaspiracy non si cita direttamente l’Italia (però si parla di Unione Europea), la distruzione degli oceani e dei suoi abitanti ci riguarda tuttə. Se radiamo al suolo gli ecosistemi marini e uccidiamo la maggior parte dei suoi abitanti, gli oceani non riusciranno più ad assorbire le nostre emissioni di carbonio, e finora sono quelli che ne assorbono di più.
Detto ciò, anch’io mi sono chiesta per tutti i 90 minuti di documentario come ci comportassimo nello specifico in Italia sui vari punti analizzati da Tabrizi. Così ho deciso di scoprirlo.

1. Catture accidentali

Dette “bycatch” nel linguaggio tecnico, le catture accidentali causano inutilmente la morte al 30% del pescato, che viene scartato perché danneggiato o di scarso valore commerciale. Questo avviene specialmente quando si utilizzano:

  • reti a strascico di fondo, che hanno un impatto gravissimo sul fondale e catturano molte specie non commerciali, ma fondamentali per l’ecosistema (come spugne e piante marine);
  • palangari di superficie, che hanno tante lenze corte legate a una centrale e catturano accidentalmente uccelli marini, tartarughe e squali.

Proprio gli squali sono tra i pesci più minacciati del mar Mediterraneo: metà delle specie che abbiamo nel nostro mare è a rischio estinzione. Questi maestosi pesci rappresentano tra il 10% e il 15% degli animali catturati accidentalmente dai palangari.
Come ha denunciato il WWF nel resoconto sulla crisi degli squali del 2019, l’Italia è il paese europeo e mediterraneo che cattura più squali ed è tra i primi a importarne la carne. Inoltre è tra la nazioni che ancora usa illegalmente la rete da posta, che viene lasciata alla deriva e causa frequenti catture accidentali.

Catture dichiarate dei condroitti (in tonnellate) nel 2015.
Catture dichiarate dei condroitti (in tonnellate) nel 2015.

Tra le soluzioni, se non si riesce a rinunciare del tutto al pesce e agli altri animali marini, ho trovato una guida per scegliere le specie più abbondanti e catturate nel modo più sostenibile.
Per quanto riguarda gli squali in particolare, il WWF ha lanciato il progetto Safe Sharks e il primo obiettivo è proprio sensibilizzare sul fenomeno della cattura accidentale.

2. Certificazioni sul pesce sostenibile

In Seaspiracy Tabrizi continua a chiedere un’intervista alla MSC. Nessuno accetta di incontrarlo e la narrazione fa intendere che abbiano qualcosa da nascondere. Non sono necessariamente d’accordo con questa scelta registica, ma mi ha fatto scoprire che ci sono molte organizzazioni che controllano o dovrebbero controllare le modalità di pesca nel mondo.
La verità è che ce ne sono moltissime e, come spiega Lahsen Ababouch del Dipartimento Pesca e Acquacoltura della FAO, «con il moltiplicarsi dei programmi di certificazione, consumatori e produttori sono costretti a decidere di cosa possono fidarsi».

Per fortuna, ci sono diversi modi di ovviare a questo problema. Intanto la FAO ha istituito la COFI, che è il solo forum mondiale intergovernativo dove vengono esaminate e discusse questioni relative a pesca e acquacoltura a livello internazionale.
Nel nostro piccolo possiamo seguire i consigli dell’articolo sulla sovrapesca. Quindi, oltre a diminuirne il consumo, è consigliabile comprare gli animali marini solo in pescheria e solo leggendo con attenzione. Infatti sull’etichetta e sulla cartina delle zone FAO (obbligatoria in pescheria) scopriremo da dove proviene il prodotto che stiamo comprando.

La Zona FAO 37 – Mediterraneo e Mar Nero.
La Zona FAO 37 – Mediterraneo e Mar Nero.

3. Allevamenti ittici

L’acquacoltura è considerata dalla FAO e dall’UE un modo più sostenibile di produrre cibo. Per questo, scrive De Augustinis sul Corriere, centinaia di milioni di fondi pubblici italiani sono stati investiti proprio negli allevamenti ittici. Il risultato è che nel 2017 l’Italia era tra i primi cinque principali produttori di acquacoltura dell’Unione Europea.
Convinto della sostenibilità degli allevamenti ittici, il Parlamento europeo ha creato il Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca. L’89% del fondo è dedicato proprio alla riduzione dell’impatto della pesca sull’ambiente marino e al supporto delle pescherie locali.

L’allevamento ittico potrebbe essere davvero una soluzione se sostituisse la pesca in mare aperto, in modo da dare tempo agli ecosistemi di rigenerarsi dopo questi anni di sovrapesca e catture accidentali. Naturalmente però non deve neanche diventare uno altro esempio di produzione sfrenata e disumana come gli allevamenti intensivi di bovini o polli. L’esempio mostrato in Seaspiracy degli allevamenti di salmone in Scozia dimostra che anche in Europa c’è ancora molto da imparare.
Di nuovo, diminuire la richiesta di prodotti animali sarebbe la soluzione ideale.

4. Inquinamento da plastica

Anche il WWF parla della pericolosità della microplastica marina nel Mediterraneo, ma a differenza dei siti visitati nel documentario, indica come minaccia principale lenze e reti da pesca che possono ferire, strangolare e uccidere gli animali. In Italia l’industria della pesca è la seconda più colpita dall’inquinamento marittimo dovuto alla plastica (8,7 milioni all’anno), proprio perché danneggia gravemente il nostro mare.

Un passo in avanti per il nostro Paese è stata sicuramente la legge SalvaMare. Essa prevede che i pescatori raccolgano i rifiuti plastici rimasti nelle loro reti per poi smaltirli solo nelle apposite isole ecologiche dei porti.

5. Shark finning e “blood shrimp”

Lo shark finning fa riferimento alla rimozione delle pinne degli squali che poi vengono rigettati in mare destinati a morire. L’argomento è stato approfondito largamente in un nostro articolo.
Nell’Unione Europea, quindi anche in Italia, questa pratica è stata vietata nel 2013, ma le acque internazionali rimangono senza regolamenti.

Per quanto riguarda invece i “blood shrimp”, nome usato nel documentario che richiama il concetto di “blood diamond”, in Italia non risultano casi di schiavitù o abusi dei diritti umani nella raccolta dei gamberetti. Bisogna fare attenzione a non comprare quelli esportati da paesi che non hanno le stesse regolamentazioni – sia che siano pescati con metodi disumani sia che siano allevati senza gli standard adeguati.
L’Italia è tra i paesi che pescano più gamberi in Europa. Il problema è che per pescare questi animali in particolare si usa la pesca a strascico. Questa tecnica distrugge l’habitat dei crostacei e di molti altri abitanti marini, oltre a causare anche molte catture accidentali.

6. Caccia alle balene

Anche su questo punto l’Italia non è direttamente interessata, per fortuna. Molte balene sono minacciate dall’inquinamento o muoiono ingerendo plastica, ma nel nostro Paese non è permesso di cacciarle di persona.
Anzi, per aiutare balene, capodogli e tursiopi del Mediterraneo, nel 1999 è stato istituito il Santuario dei Cetacei. Italia, Francia e Principato di Monaco hanno istituito quest’area protetta per tutelare i mammiferi marini e il loro habitat.

Santuario dei Cetacei.
Santuario dei Cetacei.

Insomma, in Italia e a livello europeo c’è ancora tanto lavoro da fare per poter dire che la nostra pesca è completamente sostenibile. Come abbiamo visto ci sono diversi modi per migliorare la situazione nel nostro piccolo.
Tuttavia voglio ricordare che anche se viviamo in Italia e anche se riuscissimo a trovare il modo di pescare in modo 100% sostenibile, il problema globale ci riguarderà sempre. Gli oceani fanno parte di un sistema naturale che regola la temperatura del nostro pianeta, quindi dipendiamo tutti da loro. Come dicono spesso gli ambientalisti: «Siamo tutti sulla stessa barca».

Buona Pasqua dal vostro dodo!

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