WATER FOOTPRINT – Quanta acqua consumiamo?

Quante volte lavandoci i denti abbiamo lasciato scorrere l’acqua dal rubinetto? Quante volte ci è capitato di rimanere a lungo sotto una doccia calda solo per il piacere di godercela?

Tutti noi, troppo spesso, utilizziamo l’acqua come se fosse disponibile all’infinito. Non ci accorgiamo della reale scarsità di questa risorsa perché ai “fortunati” come noi non manca mai.

In realtà, però, l’acqua dolce rappresenta solamente il 2,5% di tutta quella che ricopre il nostro pianeta e solo l’1% è per noi accessibile. In sintesi, solo lo 0,007% dell’acqua totale può sostenere la popolazione mondiale, che comprende quasi 8 miliardi di individui. Ed è proprio qui che sta il problema.

Infatti, l’acqua attraverso il suo ciclo riesce a rigenerarsi e a restare all’incirca costante nel tempo, ma la popolazione mondiale e il suo fabbisogno di acqua crescono esponenzialmente.

L’acqua dolce è fondamentale per la maggior parte delle attività umane. È la risorsa con cui ci dissetiamo quindi essenziale per la nostra sopravvivenza, ma è anche necessaria per produrre tutto ciò che usiamo, indossiamo, vendiamo e compriamo.

Circa il 90% dell’acqua che consumiamo è però invisibile perché serve per produrre tutto ciò di cui ci serviamo ed è chiamata acqua virtuale.

L’acqua dolce destinata all’uso domestico rappresenta l’11% dell’acqua globale. Il 19% viene impiegato nel settore industriale e il restante 70% nell’agricoltura. Come aveva infatti già evidenziato Celeste Guerrina nel suo articolo, il consumo di risorse idriche che si verifica nella produzione agricola e nell’allevamento è esorbitante.

Misurare quindi l’impatto che un prodotto o servizio ha in termini di utilizzo di acqua dolce può essere utile per comprendere il consumo di acqua diretto e indiretto, per ottimizzare l’impronta idrica e ridurre gli impatti ambientali attraverso nuove e più avanzate tecnologie o per migliorare la comunicazione ambientale di un prodotto.

Cos’è la Water Footprint?

La Water Footprint è stata creata nel 2002 da Arjen Hoekstra, professore di Water Management all’Università di Twente. Questa metodologia misura il volume di acqua dolce consumata e inquinata per produrre beni e servizi considerando tutte le fasi del processo di produzione.

Include sia gli usi diretti di acqua dolce, ovvero quelli che fanno riferimento all’acqua consumata direttamente dagli individui, che gli usi indiretti, ovvero quelli che si riferiscono all’acqua utilizzata per fabbricare i prodotti consumati e utilizzati dagli individui stessi.

L’interesse in questa metodologia è cresciuto talmente tanto da cogliere l’attenzione dei più grandi marchi nel campo del cibo e beveraggio. Inoltre, ha subito diverse modificazioni nel tempo e, anche grazie al Water Footprint Network, è diventata una metodologia standardizzata secondo la ISO14046 (International Organization of Standardization).

La water footprint può essere misurata per un unico processo, prodotto, consumatore, per un’impresa o una nazione.

Essa viene calcolata come somma di tre componenti.

La blue water footprint ovvero l’acqua utilizzata nel processo produttivo proveniente da acque di superficie (laghi, fiumi) o da acque sotterranee (falde acquifere).

La green water footprint che considera il volume di acqua piovana utilizzato durante la produzione ovvero quella quantità di acqua che viene immagazzinata nel suolo e utilizzata dalle piante o che evapora.

Infine, la grey water footprint che è il volume di acqua necessario per riportare a livelli accettabili gli inquinanti immessi nella risorsa idrica durante il processo produttivo.

La water footprint ha una dimensione spazio-temporale ovvero specifica ogni componente geograficamente e temporalmente.

Questo indicatore non deve essere utile solo nei paesi in cui l’acqua dolce è scarsa ma anche dove questa risorsa è presente in abbondanza. In questo modo si può puntare a raggiungere un più giusto, sostenibile ed efficiente uso dell’acqua dolce a livello globale.

Curiosità

Secondo la media globale della water footprint di una tazzina di caffè standard (125 ml) sono necessari 140 litri d’acqua, mentre per produrre una tazza di tè da 250 ml ne servono “solo” 30.

La media globale dell’impronta idrica di una maglietta di cotone da 250 grammi ammonta a circa 2500 litri di acqua.

In media una persona nei paesi sviluppati consuma circa 300 litri di acqua al giorno, considerando anche l’acqua virtuale, il consumo arriva a 5000 litri di acqua ogni giorno.

Come possiamo diminuire la nostra impronta idrica?

È importante che ognuno di noi assuma un comportamento più responsabile nella gestione e nell’utilizzo dell’acqua dolce.

In veste di consumatori possiamo diminuire la nostra impronta idrica diretta ovvero quella legata agli usi domestici. Si potrebbe optare per sanitari o elettrodomestici a basso consumo idrico, chiudere il rubinetto dell’acqua mentre ci laviamo i denti, usare meno acqua quando non è necessaria ed evitare di utilizzare prodotti che inquinino l’acqua.

Invece, per ridurre la water footprint indiretta un consumatore potrebbe optare per prodotti diversi con un’impronta ecologica minore. Per esempio, potrebbe mangiare un po’ meno carne in favore di derivati vegetali, bere meno caffè e prediligere vestiti di seconda mano. Oppure potrebbe optare per lo stesso prodotto che si vuole consumare ma caratterizzato da un’impronta idrica minore.

Per poterlo fare, però, un consumatore dovrebbe avere accesso a informazioni che ora come ora non gli sono date. Si potrebbe quindi chiedere alle imprese una maggiore trasparenza sui prodotti relativamente a questo aspetto e al governo più regolamentazione per permettere a tutti di agire in modo più consapevole.

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